martedì 1 settembre 2020

Onore a chi cadde in cammino, (attribuito a) Vinicio Mettifogo

 


È molto raro che qualcuno lasci dei commenti in questo sito; così inconsueto che controllo molto raramente se ve ne sono. Così mi sono accorto soltanto recentemente che il 20 luglio scorso una persona mi aveva lasciato due note. È stata una signora che non ha scritto il suo nome, ma che ha lasciato traccia della sua identità: si tratta della pronipote di Umberto Carlotto, uno dei quattro martiri della Pellizzari di Arzignano. La signora ha letto il mio articolo Storia di una fabbrica: la Pellizzari di Arzignano. Le ragioni (e le emozioni) di una ricerca e mi ha scritto per ringraziarmi di aver parlato della fabbrica nella quale avevano lavorato i suoi genitori prima di trasferirsi a Torino e dove il prozio ha trovato la morte per opporsi, insieme a tanti altri, alla decisione del comando nazista di deportare altri operai nei campi di lavoro in Germania.

Mi scuso con la signora per aver – pur senza volerlo – ignorato fino ad oggi il suo messaggio e per riparare propongo un testo tratto dalla rivista: Officina e realtà. Giornale di fabbrica dei lavoratori del gruppo Pellizzari della Provincia di Vicenza di Lunedì 30 marzo 1953 (Anno 1° Numero 1 Supplemento a “Lotte del lavoro”), si tratta di una delle prime memorie scritte sulla terribile rappresaglia nazista eseguita in risposta allo sciopero proclamato il 27 marzo 1944. L’articolo non è firmato, ma Vittoriano Nori lo attribuisce a Vinicio Mettifogo[1] , quello che sappiamo è che l’articolo appare per la prima volta nel giornale di fabbrica Officina e realtà, un numero unico in cui tutti gli articoli appaiono senza firma[2]. Lo stesso articolo – sempre senza firma - viene ripubblicato l’anno successivo con il titolo La Resistenza ad Arzignano nella rivista La scuola di ArzignanoAnno III n. 3 del 28/03/1954[3]. Non sappiamo su quali basi Nori abbia attribuito l’articolo a Mettifogo, ma questi sicuramente era, per capacità e per cultura, una persona in grado di ricordare in maniera efficace il dramma vissuto dagli operai. Mettifogo, oltre ad essere un tecnico molto preparato, era legato da una profonda amicizia ad Antonio Pellizzari, il figlio del fondatore della fabbrica, ma in quel momento era anche era il capo dei comunisti di Arzignano. Si tratta di una testimonianza toccante ed il testo ebbe una grande fortuna perché è stato nel tempo citato o ripreso da molti autori che hanno raccontato la vicenda.

 

Onore a chi cadde in cammino. 30 marzo 1944 – 30 marzo 1953. Una data di tutti

 

Lo sciopero fu proclamato, se così si può dire, il martedì 27 marzo 1944. In quella lontana mattina il lavoro neppure cominciò. Gli operai, tutti gli operai, si ritrovarono sulla strada. Ogni cosa avveniva dietro una strana atmosfera essendo andata perduta la consuetudine per questo tipo di lotta. Era infatti il primo grande sciopero, la prima aperta azione di massa, che la classe operaia di Arzignano ingaggiava dopo tanti anni di fascismo. E per molti di noi si trattava addirittura del primo sciopero in senso assoluto. I visi seri, i movimenti controllati, il parlar sommesso e conciso, testimoniavano la ferma determinazione collettiva. Nessun gesto non necessario, né una parola di troppo: in tutti, quasi un contegno solenne, una dignità mai conosciuta. Molti operai, usciti dalla fabbrica, tornarono a casa; altri si sparsero a gruppi e salirono le colline. La strada fu presto deserta. I nazisti sostituirono gli operai nel possesso della strada: le pattuglie tedesche si incrociavano a passo svelto, cadenzato. Verso mezzogiorno corse la voce che i tedeschi desistevano dal proposito di deportare una parte dei lavoratori in Germania e il lavoro riprese. Fu quando cominciarono gli arresti che l’officina rinvenne e tutti riacquistarono il senso reale di quanto stava accadendo. In questa situazione tesa, mentre la speranza di veder rilasciati i compagni arrestati alimentava mille immaginose possibilità, improvvisa e sconvolgente, piombò la notizia. Venerdì 30 marzo. Un cinico beffardo maggiore “esse esse” convoca tutti i lavoratori nel cortile dell’officina. Dall’alto della terrazza che corre normalmente all’ingresso, parlando un feroce tedesco, grida fra  fra[4] gli arrestati, Carlotto Umberto, Cocco Luigi, Erminelli Cesare e Marzotto Umberto[5], sono stati condannati a morte mediante fucilazione. Dopo la breve pausa necessaria perchè un altro graduato “esse esse” traducesse con tono inespressivo le sue impossibili parole, il maggiore riprende a parlare: - La sentenza è già stata eseguita! Poi ancora parlò, parlò a lungo ed era come se continuamente ripetesse: La sentenza è già stata eseguita! Respiravamo a fatica e il cuore batteva sconvolto nel tumulto della disperazione. Un plotone “esse esse”, forse cinquanta, era schierato a sbarrare l’uscita con le automatiche pronte a sparare. Se avessimo tentato un gesto di ribellione sarebbe stato il massacro. Lentamente, a testa bassa, trattenendo il pianto che serrava la gola perchè i tedeschi non vedessero, rientrammo nei reparti. E fu quella la nostra più triste giornata. La vita dell’operaio, del proletario, non è generalmente ricca di avvenimenti singolari: si svolge secondo una trama semplice fatta di fatica, di preoccupazioni, di speranza, di lotta. Così, la vita di questi nostri compagni, si confonde per lungo tratto con la storia dell’officina, con la storia degli uomini che nell’officina lavorano e vivono. E’ la vita umana propria dell’uomo semplice. Non possediamo nessun documento scritto, compagni, che ci racconti le preoccupazioni o che ci testimoni, sia pure imperfettamente, i sentimenti che corsero il loro animo prima della fucilazione. Ed è quest’ultimo fatto, avere loro negata persino la possibilità di comunicare con i familiari, con gli amici prima della morte, che fa, se fosse possibile, ancora più grande la malvagità di coloro che li uccisero. Umberto Carlotto, operaio aggiustatore meccanico del reparto Motori Grossi. Quella mattina sul Ponte del Fiume ammonì che al lavoro si sarebbe tornati quando tutti insieme si fosse deciso di tornare. Per questo fu fucilato.  Luigi Cocco, operaio meccanico al reparto Motori a scoppio.  Passando per la strada quella mattina così, scherzando, parlò alle filandiere: - Perchè non siete già a casa a preparare il mangiare dei vostri uomini? Per questo fu fucilato. Cesare Erminelli, operaio fresatore al reparto “Emme Effe”. Il padre era stato uno degli operai più anziani dell’officina. Un fratello fu ucciso sul lavoro dalla sua macchina, un frontale dei Motori Grossi, quello in fondo al reparto. L’Emme Effe è un reparto dalla storia drammatica. All’Emme Effe lavoravano e lavorano operai altamente qualificati dal punto di vista professionale e avanzatissimi dal punto di vista della consapevolezza politica. Cesare era uno di loro. Per questo fu fucilato.  Aldo Marzotto, operaio tornitore al reparto “Emme Effe”. Il padre era stato capo reparto nella nostra officina. Aldo amava la discussione e apertamente condannava fascismo e guerra. Aldo era direttamente legato all’organizzazione politica clandestina della classe operaia. Era un bravo operaio, Aldo Marzotto, consapevole dei suoi doveri di classe. Per questo fu fucilato. Giuseppe Rampazzo e Giovanni Salvato, operai, lentamente li uccise il campo di concentramento in Germania.

 



[1] Nori Vittoriano, Arzignano nel vortice della guerra 1940 – 1945, Dal Molin, Arzignano, 1989, nota 10 pag. 125 e nota 11 pag. 126. 

[2] Un solo articolo intitolato La scuola di Arzignano è firmato significativamente con la sigla V.M.

[3] Cfr. copia anastatica in: Comitato Giacomo Pellizzari (a cura di), Gli anni d’oro della cultura ad Arzignano, 2019, p. 95, l’articolo viene ripubblicato ne La scuola di Arzignano in occasione del decimo anniversario della strage e riprende ampi stralci del precedente, con le stesse parole.

[4] Ripetizione, errore di stampa nel testo originale

[5] Erroneamente indicato Marzotto Umberto anziché Marzotto Aldo, la didascalia della foto riportata a margine indica il nome corretto Marzotto Aldo

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