sabato 9 febbraio 2019

L'articolo che segue è stato pubblicato la settimana scorsa (31/01/2019) nel sito di storiAmestre, associazione di cui faccio parte. Si tratta del secondo scritto propedeutico ad una più ampia storia della Pellizzari di Arzignano. Mi sto avvicinando progressivamente all'oggetto della ricerca e cerco di prendere confidenza con i personaggi che ne sono stati protagonisti. Cerco soprattutto di individuare  quali sono gli eventi cruciali che ne hanno segnato la storia.

Le lotte alla Pellizzari del 1964-65 nell’archivio di Cosimo Pascali

Un archivio privato
Il mio progetto di scrivere una storia della Pellizzari di Arzignano nel secondo dopoguerra l’ho reso pubblico soltanto di recente [https://storiamestre.it/2018/06/le-ragioni-e-le-emozioni-di-una-ricerca/], ma in realtà ci pensavo da un po’ di tempo e in qualche occasione ne avevo parlato con alcuni amici. Capitò così che un giorno di qualche anno fa una cara amica, Antonella Pascali, mi disse che voleva farmi vedere dei documenti che aveva trovato a casa del padre Cosimo dopo la sua morte avvenuta nel 2009. Venne da me con due cartelle tutte ordinate
La prima conteneva gli atti giudiziari di un processo in cui Cosimo Pascali era coimputato con altre nove persone per resistenza e offesa a pubblico ufficiale e violenza privata durante una manifestazione avvenuta il 26 novembre 1964. Oltre agli atti giudiziari, c’erauna serie di articoli di stampa relativi al processo, appunti e una minuta della memoria difensiva scritta dal padre, probabilmente su richiesta dei suoi avvocati. Il processo di primo grado del 23 aprile 1966 si concluse con una condanna pesante[1]. La sentenza d’appello del 18 novembre 1969 inflisse invece condanne generalmente più miti per tutti gli imputati (a Pascali fu confermata la condanna per offesa a pubblico ufficiale, ma non quella per violenza privata) che poi beneficiarono dell’amnistia[2].
La seconda cartella conteneva una serie di volantini e ritagli di giornale tratti dalla stampa locale e da l’Unitàriguardanti la decisione della Pellizzari di licenziare circa 344 lavoratori (220 operai e 124 impiegati) a partire dal 1 settembre 1965. Tale decisione, in realtà, era già stata presa un anno prima quando – dopo aver licenziato 74 impiegati – l’azienda aveva messo in cassa integrazione 240 operai; dalla fine del settembre 1964, di fatto i licenziamenti erano annunciati e soltanto rinviati. 
L’episodio finito nelle aule del tribunale accadde nel corso di una delle manifestazioni contro le sospensioni dei lavoratori ed è strettamente connesso con la successiva vertenza del 1965. 

Cosimo Pascali: documenti e ricordi di famiglia
Prima di ricostruire le vicende arzignanesi del 1964-65 vediamo chi era Cosimo Pascali: nato nel 1919 a Melendugno, nella costa salentina, alla chiamata di leva fu arruolato nella Guardia di finanza e inviato ad Arzignano agli inizi degli anni Quaranta. Qui conosce Angela Mani, che sposerà nel 1942 dopo aver assolto il servizio militare[3]. I ricordi dei famigliari non sono precisi, non ci sono notizie su come abbia vissuto i terribili anni di Salò, ma sappiamo che per un periodo lavorò alla Pellizzari. Dopo la Liberazione Cosimo entrò nelle file del PCI, una militanza attiva che, secondo i ricordi di famiglia, fucausa della sua espulsione dalla fabbrica. La mancanza di un lavoro lo obbligòa cercare fortuna in Germania, ma dopo circa un anno rientròad Arzignano. Dal racconto di Antonella, il padre aveva un carattere duro, difficile. Certamente non nascondeva le sue opinioni, anzi la sua determinazione e la sua capacità di arringare il pubblico gli valsero anche una denuncia per comizio non autorizzato[4].
La militanza e il carattere riottoso gli resero difficile trovare un lavoro nel clima che si era instaurato all’inizio degli anni Cinquanta. Fu lo stesso partito a proporgli di chiedere la licenza per aprire un chiosco di giornali: in questo modo egli si sarebbe assicurato un lavoro e, al tempo stesso, avrebbe garantito un canale di diffusione della stampa comunista anche ad Arzignano. Cosimo accettò e per qualche tempo fece il giornalaio con un carretto pieno di quotidiani e riviste in un angolo della piazza di Arzignano, vicino alla farmacia[5].
Era un uomo capace di gesti eclatanti come lo sciopero della fame del 1958 che finì nelle cronache nazionali[6]. Cosimo aveva chiesto al Sindaco e al responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale il permesso di montare un chiosco per la vendita dei giornali. Seppur informalmente, aveva ottenuto il loro consenso e aveva acquistato la struttura indebitandosiUna volta montata nell’angolo dove normalmente svolgeva l’attività, il Comune gli negò l’autorizzazione e lui iniziò lo sciopero della fame. La protesta si conclusecon l’autorizzazione da parte del Comune che gli impose però di spostare il chiosco nel quartiere di Villaggio Giardino, vicino agli stabilimenti Pellizzari. Ad Arzignano la famiglia Pascali divenneper molti decenni sinonimo di giornalai: tutti e tre i figli avrebbero fatto questa attività. Antonella la svolge ancor oggi, anche se non più ad Arzignano. 
Pur avendo l’edicola vicino alla fabbrica, Cosimo non perse l’abitudine di portarsi davanti ai cancelli della Pellizzari per vendere i giornali[7].Credo che c’entri la pratica dei militanti comunisti di quegli anni di vendere l’Unitànelle strade e nelle piazze. 
Il 26 novembre 1964, come tutti gli altri giorni, Cosimo era davanti ai cancelli e c’eraanche sua moglie Angela, che alla Pellizzari ci lavorava ed era una dei sospesi. 

Le lotte alla Pellizzari e l’episodio del 26 novembre 1964 
Torniamo ora ai fatti del 1964-65. Il 30 settembre 1964 – due mesi prima degli eventi che danno inizio al piccolo archivio di Cosimo – l’Unitàpubblica un articolo dal titolo Sciopero e corteo alla Pellizzari: gli operai degli stabilimenti scendono in sciopero alla notizia che l’azienda ha sospeso “250 operai”[8], l’adesione è massiccia e lo sciopero unitario. Già prima dell’estate erano stati licenziati 74 impiegati e alle proteste che ne erano seguite l’azienda aveva dato garanzie che non vi sarebbero stati altri licenziamenti. Invece a settembre ecco le sospensioni e la rabbia e la paura si diffonde fra i lavoratori. 
In una prima fase fu la rabbia a prevalere. Pascali lo ricorda nella memoria difensiva che scrisseper il processo.

Il 27 settembre, primo giorno di sciopero, il Zarantonello e il Dal Cortivo[9]stavano attaccando un manifesto a favore dello sciopero sulla rete metallica all’angolo della mura di cinta del Ricovero, dalla parte che guarda Villaggio Giardino, mentre mi trovavo a passare di là diretto vicino alla fabbrica per la vendita dei giornali. Mi fermai per leggere il manifesto e il Zarantonello mi disse: “Caro Pascali, ormai è ora di finirla. Il mitra ci vuole per farla finita una volta per tutte”[10]. Erano contenti tutti e due perché si iniziava una lotta in cui tutti, nessuno escluso, erano d’accordo, in più c’era una forte intesa unitaria di tutti e tre i sindacati: CGIL CISL e UIL, e quindi anche Dal Cortivo assentiva con cenni del capo a quello che aveva detto Zarantonello. Anch’io ero contento perché l’inizio di una lotta unitaria era buon segno perché indirizzata a difendere gli interessi di tutti: sospesi, licenziati e occupati, ma avevo un dubbio che la lotta sarebbe arrivata fino in fondo con l’unità dei tre sindacati[11].

Le proteste dei lavoratori continuarono compatte per qualche settimana[12]tanto che l’azienda riconobbe, in sede di chiusura del bilancio, che “durante il 1964 si sono registrate 76.642 ore di sciopero a causa delle operazioni di alleggerimento operate dalla Società. Tale cifra è superiore a quella di 61.148 ore, registrata nel 1963, anno in cui vi è stato il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro”[13].
Ai primi di novembre i sindacati organizzarono unitariamente uno sciopero provinciale in solidarietà[14]. È in questo clima di tensione, con scioperi frequenti, manifestazioni e la costante presenza davanti ai cancelli di alcuni dei sospesi che si giunge al 26 novembre 1964. 
Su quella giornata,l’archivio di Pascali conserva un solo articolo di stampa, pubblicato il giorno successivo dal Gazzettino[15]. Secondo il quotidiano veneziano (l’articolo non è firmato) l’episodio di violenza – pur nel clima teso e difficile dei rapporti aziendali della Pellizzari – andava separato dalla controversia sindacale in atto. Lo sciopero era stato indetto contro la decisione di trasferire in un “reparto confino”uno storico membro della Commissione Interna per la CGIL, Severino Roviaro[16]. L’emarginazione e l’isolamento dei sindacalisti più attivi era una forma di repressione molto comune all’epoca e spesso era l’anticamera dell’espulsione dalla fabbrica, ma secondo il cronista la decisione di proclamare un’ora di sciopero – pur essendo stata presa unitariamente dalla commissione interna – aveva fatto emergere delle divergenze fra le componenti. Fu così che alcuni commissari interni di CISL e UIL decisero di non scioperare e varcarono i cancelli fra le urla e gli insulti dei manifestanti. La rottura del fronte creò sconcerto fra i lavoratori, molti altri seguirono l’esempio ed entrarono, “anche dipendenti notoriamente aderenti alla organizzazione sindacale di sinistra”[17].
Fu forse questo che esasperò gli animi dei manifestanti, Roviaro e qualche altro reagirono attuando un sit-in, una nuova forma di protesta definita “all’inglese”, fatta conoscere dalla televisione[18]. Si sedettero sulla strada bloccando il traffico; alle vivaci proteste di un camionista i carabinieri cominciarono a spostare di peso i manifestanti. Le forze dell’ordine presenti erano numerose, non c’erano soltanto i carabinieri di stanza ad Arzignano, ma anche quelli di Trissino e Valdagno. Quando spostarono Roviaro qualcosa andò storto, forse per la sua reazione scomposta; fatto sta che sia il sindacalista che un ufficiale dei carabinieri rimasero contusi. Sembrò un piccolo incidente senza conseguenze, Roviaro non fu nemmeno posto in stato di fermo e si allontanò accompagnato dai suoi compagni per farsi medicare. Il giorno dopo invece furono denunciate a piede libero dieci persone con accuse che vanno dall’offesa e resistenza a pubblici ufficiali, a violenza privata e blocco stradale. Tutti furono rinviati a giudizio[19]. Oltre a Roviaro – su cui gravavano le imputazioni più pesanti– finiscono sotto processo anche Pascali (per offesa a pubblico ufficiale e violenza privata) e Sergio Pellizzari (per offesa e pubblico ufficiale e violenza privata), anch’egli commissario interno della CGIL alla Pellizzari e capogruppo comunista in consiglio comunale[20].
Un episodio tutto sommato marginale divennel’occasione per criminalizzare alcuni elementi di spicco del sindacato più influente della Pellizzari nonché tre esponenti dell’opposizione di sinistra in consiglio comunale[21].

Il significato del 26 novembre
Cosa è successo effettivamente quel giorno? Si era forse fatta largo fra i lavoratori della Pellizzari l’opinione che la battaglia era perduta e la paura di perdere il posto di lavoro era cominciata a prevalere sulla solidarietà? 
Nel giugno successivo, il Psiup distribuìun volantino dal titolo Il voto della paura[22]: denunciava che per la prima volta dalla fine della guerra la Fiom Cgil aveva perso la maggioranza nelle elezioni delle Commissione Interna della Pellizzari. Per vent’anni la classe operaia della Pellizzari aveva rappresentato un’enclave rossa in un territorio dominato a larghissima maggioranza dalla Democrazia Cristiana. Nel 1963 le elezioni della Commissione Interna aveva dato questi risultati: 815 voti e 6 seggi alla CGIL, 405 voti e 3 seggi alla CISL, 128 voti e 1 seggio alla UIL; gli impiegati (2 seggi) votavano massicciamente per la CISL bilanciando in parte la composizione della C.I.[23]Il volantino del PSIUP attribuivala causa della sconfitta all’isolamento in reparti confino dei sindacalisti CGIL e alle minacce nei confronti dei lavoratori che aderivano al sindacato di sinistra. Nei mesi successivi l’Unitàdenunciò che era stata diffusa la notizia dell’esistenza di commesse americane per la Pellizzari condizionate alla normalizzazione della fabbrica, ovvero una rappresentanza dei lavoratori non controllata dalla CGIL[24].
Non ho ancora recuperato i dati delle elezioni del 1965, ma visti i risultati del 1963 quali sono le ipotesi possibili? È ipotizzabile che fra i licenziati e sospesi del 1964 gli iscritti alla CGIL fossero un buon numero; questo, oltre a modificare gli equilibri interni, può aver costituito un deterrente a continuare a dare l’adesione alla CGIL fra i lavoratori rimasti. Un’altra ipotesi è che i sindacati moderati siano riusciti a recuperare adesioni nell’area dei non iscritti. In ogni caso è possibile collocare nelle vicende dell’autunno 1964 la diminuzione dell’influenza della CGIL alla Pellizzari, ma quanto può aver pesato il processo per i fatti del 26 novembre su tale diminuzione?
I documenti della seconda cartella dell’archivio ci raccontano la ripresa degli scioperi nell’autunno 1965, ma la sorte dei 220 lavoratori in cassa integrazione non sarebbe cambiata. La Direzione aziendale confermò il loro licenziamento e quello di altri 124 impiegati[25]da fine settembre 1965.
Il piccolo archivio lasciato da Cosimo Pascali si è perciò rilevato prezioso per la ricostruzione delle relazioni sindacali nella Pellizzari durante la prima crisi nella decade di “gestione lombarda”[26]della fabbrica (1961-1970). Quanto meno ha messo in luce il momento in cui si modificano gli equilibri interni alla fabbrica e pone nuovi interrogativi che spero trovino conferme negli archivi sindacali esistenti.
Per quanto concerne le due cartelle di Cosimo, a suo tempo mi sono limitato a riordinarle per tipologia e ordine cronologico dei documenti e a farne una copia in formato pdf. Ho poi restituito gli originali e una copia digitalizzata alla famiglia. Questa è l’occasione per ringraziare pubblicamente Antonella e i suoi famigliari, ma anche un invito a salvare ogni volta che si presenta l’occasione gli archivi di questo genere pur sapendo quanto improbo e difficile possa essere[27]


[1]Per i disordini durante lo sciopero alla Pellizzari condanna del Tribunale per quasi nove anni, “Il Giornale di Vicenza”, 24 aprile 1966; Oltre otto anni agli operai della Pellizzari, “l’Unità”, 24 aprile 1966; Condannati i dieci protagonisti della accesa protesta ad Arzignano, “Il Gazzettino”, 24 aprile 1966. Archivio Cosimo Pascali (d’ora in poi ACP).
[2]ACP, cartella 1, sentenza del 6 dicembre 1969 e lettera dell’avvocato Barilà in pari data. 
[3]Il certificato di matrimonio, celebrato il 6 agosto 1942, riporta la professione di meccanico. Nei ricordi di famiglia, al momento del matrimonio Cosimo non era più nella guardia di finanza. Notizia confermata dal suo ruolo matricolare, Cosimo iniziò il servizio militare il 5/09/1938 per un periodo di ferma di 3 anni, ma fu congedato il 8/01/1941 perché “permanentemente inabile al servizio militare”. Foglio matricolare n. 7186 Distretto militare di Lecce, in Archivio di Stato di Lecce.
[4]ACP, nella cartella 1 contente gli atti processuali c’è anche la notifica del 1951 per comizio non autorizzato.
[5]Testimonianza di Antonella Pascali.
[6]Cercando notizie sulla Arzignano degli anni Cinquanta nell’archivio de La Stampa, ho trovato un trafiletto del 31 marzo 1958 dal titolo Digiuna da tre giorni il giornalaio vicentino, che parlava dello sciopero della fame di Cosimo PascaliAntonella Pascali (allora neonata) conferma la notizia: fu un evento memorabile per la famiglia; esiste una serie di foto che documentano il trasloco dell’edicola. 
[7]Nella memoria difensiva del processo Pascali giustifica così la sua presenza davanti ai cancelli il 26 novembre 1964: “Da oltre 15 anni mi porto presso lo stabilimento Pellizzari per vendere i giornali, talvolta anche 4 volte al giorno, anche per riscuotere crediti da parte dei clienti”. ACP, cartella 1, Memoria difensiva.
[8]Le cifre sono spesso diverse, in questo caso indicati per eccesso perché i lavoratori sospesi erano 240, poi ridotti a 220 nel periodo che segue.
[9]Entrambi erano commissari interni della Cisl.
[10]Più avanti nel testo della sua memoria Pascali precisa che questa frase non andava presa alla lettera ma esprimeva soltanto la rabbia per la situazione. La attribuisce a un rappresentante della Cisl: è forse un modo per dare maggior enfasi allo sdegno che esprimevano tutti, anche i moderati. Non sappiamo se gli avvocati hanno poi fatto modificare la versione definitiva della memoria.
[11]ACP, Memoria difensiva.
[12]Seconda settimana di lotta alla Pellizzari, “l’Unità”, 7 ottobre 1964.
[13]Relazione del CdA al bilancio al 31 dicembre 1964, depositato al Tribunale di Milano il 24 agosto 1965, Reg. Soc. 48479, Vol. 1660, Fasc. 836, ora presso la CCIAA di Milano.
[14]Risposta unitaria a Vicenza per salari e occupazione, “l’Unità”, 4 novembre 1964.
[15]Tafferuglio all’ingresso della Pellizzari provocato da un operaio dello stabilimento, “Il Gazzettino”, 27 novembre 1964. È l’unico articolo presente nell’ACP che contiene un resoconto a caldo dei fatti del 26 novembre. Da quel giorno, a seguito della denuncia, Cosimo cominciò a conservare gli articoli di stampa relativi al processo e anche quelli sulle lotte della Pellizzari nel 1965. È molto probabile che anche il quotidiano locale abbia pubblicato un resoconto dei fatti il 27 novembre 1964, cosa che devo ancora verificare.
[16]Il cronista pone l’accento su una motivazione quasi personale dello sciopero: Roviaro era di malumore per non essere stato rieletto in consiglio comunale e a questo si aggiungeva la scontentezza per il trasferimento di reparto. In verità verrebbe da pensare che il provvedimento fosse stato preso proprio perché Roviaro aveva perso lo status di consigliere e quindi la visibilità politica esterna che fino ad allora aveva costretto la direzione aziendale a un atteggiamento più prudente. Severino Roviaro, era stato eletto consigliere comunale per il PSI nel 1956 e nel 1960; alle elezioni amministrative del 22 novembre 1964 si era presentato nelle liste del PSIUP senza esserne eletto, ma rientrerà in consiglio comunale il 27 aprile 1965, dopo le dimissioni del consigliere Costantino Zini.
[17]Tafferuglio all’ingresso della Pellizzari cit.
[18]Gli articoli di stampa presenti nella cartella del processo definiscono l’accaduto come “protesta all’inglese”, vedi ACP, cartella 1. 
[19]Sentenza di rinvio a giudizio, 18 dicembre 1965.
[20]Sergio Pellizzari verrà eletto deputato al Parlamento nelle file del PCI durante la V e la VI legislatura (1968-1976).
[21]Se si esaminano le carte processuali la condanna più grave è di blocco stradale (per alcuni imputati) e offesa e resistenza a pubblico ufficiale, il reato di violenza privata decade per tutti gli imputati (se si eccettua la posizione di Roviaro che rimane anch’egli ferito); vedi ACP, cartella 1.
[22]ACP, cartella 2, PSIUP Sezione di Arzignano, Il voto della paura, volantino a stampa datato giugno 1965, Tip. Eretenia Vicenza.
[23]Arzignano: successo Cgil, “l’Unità”, 2 febbraio 1963. Il trafiletto riporta sinteticamente anche i risultati del 1962: Cgil 805 voti e 6 seggi, Cisl 457 voti e 3 seggi, Uil 170 voti e 1 seggio. Sarebbe importante recuperare i dati relativi al 1964 per verificare se c’erano già stati segnali della trasformazione che avverrà nel 1965.
[24]Il sindaco di Arzignano requisisca la Pellizzari, “l’Unità”, 24 ottobre 1965. La notizia va verificata, ma anche fosse falsasarebbe importante capire se e quanto è circolata fra le maestranze e se può aver effettivamente influito sul voto delle rappresentanze sindacali.
[25]A fine agosto la Direzione comunicò la decisione di licenziare a fine settembre i 220 operai sospesi e 124 impiegati, dopo alcuni scioperi venne prorogata la cassa integrazione per altri due mesi agli operai sospesi e gli impiegati licenziati furono ridotti a 84, magli altri licenziamenti furono confermati.
[26]La stampa definiva così la gestione della Pellizzari iniziata alla fine del 1961 con la cessione del controllo azionario da parte degli eredi Pellizzari a società finanziarie (Edolo S.p.A. e Cadia S.p.A. poi sostituita dalla Finanziaria Lombardo Veneto S.p.A) legate a gruppi industriali di Sesto San Giovanni (OSVA, Laminatoio Nazionale, Acciaierie Elettriche) che avevano nominato l’ing. Enrico Lossa Presidente C.d.A. La “gestione lombarda” durerà per un decennio fino alla crisi 1970-71 che porterà l’azienda prima all’amministrazione controllata, poi al fallimento ed all’acquisizione da parte delle PP.SS.  
[27]Per un elenco dei documenti dell’archivio ACP cfr. l’articolo Le lotte alla Pellizzari di Arzignano del 1964pubblicato nel mio blog workingclass900.blogspot.com.

domenica 28 ottobre 2018

L'Angelo della Storia (5). Pasatges/Pasajes: il memoriale a Walter Benjamin a Portbou

Working Class secolo XIX - XX - XXI 











Per il suicidio del profugo W.B.

Ho saputo che hai alzato la mano contro te stesso
prevenendo il macellaio.
Esule da otto anni, osservando l’ascesa del nemico,
spinto alla fine a un’invalicabile frontiera
hai valicato, dicono, una frontiera invalicabile.

Imperi crollano. I capibanda
incedono in veste di uomini di stato. I popoli
non si vedono più sotto le armature.

Così il futuro è nelle tenebre, e le forze del bene
sono deboli. Tutto questo hai veduto 
quando hai distrutto il torturabile corpo

Bertolt Brecht



13 ottobre 2018, siamo arrivati a Portbou dalla frontiera francese. E’ un giorno strano, il tempo è variabile e quando arriviamo è il grigio delle nubi a dominare. Ci siamo fermati qui per visitare il Memoriale a Walter Benjamin realizzato per il cinquantenario della sua morte dall’ artista israeliano Dani Karavan ed inaugurato nel maggio 1994. Era da tempo che volevo venire qui a rendere omaggio ad un pensatore il cui concetto di storia mi ha sempre attratto.
Portbou è il primo paese della costa catalana. Se si arriva in treno dalla Francia è qui che bisogna scendere e cambiare treno se si vuole proseguire nella penisola iberica perché le rotaie hanno uno scartamento diverso. 
Ed è qui che ha trovato la morte Walter Benjamin, morto suicida per la disperazione.  
Nel 1933, dopo la presa del potere di Hitler, Benjamin e la sorella Dora fuggono per evitare la sorte toccata al fratello Georg, finito in un campo di concentramento poco dopo l’avvento del nazismo (Georg morirà a Mauthausen nel 1942).  Dopo l’occupazione tedesca della Francia nel 1940 Benjamin deve fuggire, Max Horkheimer gli ha procurato il visto per gli Stati Uniti ed aveva anche i documenti di transito per la Spagna ed il Portogallo dove conta di imbarcarsi per l’America. Là lo attendono Theodor Adorno e Max Horkheimer. Il problema è riuscire a raggiungere la Spagna senza essere intercettati dalla polizia francese che lo avrebbe consegnato alla Gestapo. Accompagnato da Lisa Fittko, una militante ebrea ucraina che lavora per le associazioni sindacali americane aiutando la gente a fuggire, raggiunge Portbou insieme a Henny Gurland e suo figlio Joseph attraverso un sentiero di montagna utilizzato dai contrabbandieri. Walter Benjamin è fisicamente provato, soffre di cuore e d’asma e l’ultima fatica lo lascia sofferente. Arrivati a Portbou la guardiacivilcomunica al gruppetto di profughi che il loro lasciapassare non è più valido, che sono cambiate le disposizioni e che devono riaccompagnarli alla frontiera e consegnarli alla polizia francese. Tuttavia, vedendo lo stato di prostrazione fisica del gruppetto rinviano all’indomani il riaccompagnamento alla frontiera e vengono alloggiati in una pensione. Preso dalla disperazione dell’inutilità del viaggio intrapreso, con la prospettiva di essere consegnato alla Gestapo, “nella piccola stanza all’interno della pensione Benjamin scrisse un ultimo biglietto: […] ‘Al momento del pericolo estremo, cui non è possibile strappare nessuna dilazione – e dunque nessuna speranza -, a questo momento io vado incontro con una risoluzione esistenziale’  “(Uwe-Karsten Heye, I Benjamin. Una famiglia tedesca, Sellerio, 2015, p. 98).
Il nome del Memoriale è Pasatges/Pasajes, vale a dire Passaggi e si trova vicino all’ingresso del cimitero dove è stato sepolto Benjamin. All’esterno è come una porta di accesso ad una miniera, entri ed una gradinata scende ripidamente verso gli scogli ed il mare: via di fuga verso l’ignoto. Verso nuovi lidi o verso la fine? Fra quelli che ho visitato, sono pochi i monumenti alla memoria che mi hanno trasmesso un’emozione forte fino ad ora: il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa a Berlino, il Memoriale alle vittime dell’11 settembre 2001 a New York e il Memoriale a Walter Benjamin. 
Credo che il comune denominatore sia la loro semplicità, è l’antiretorica a renderli simili. E forse proprio per questo invitano alla riflessione più di altri monumenti. Il Memoriale di Portbou non ricorda soltanto il grande intellettuale tedesco, ma tutti quelli che – perseguitati – hanno cercato un passaggio, una via di fuga. E tutti coloro che nel cercarla hanno perso la speranza ed hanno mollato. 
Ed il pensiero va all’Europa ed al mondo di oggi, alle frontiere che dappertutto si chiudono indiscriminatamente, al razzismo ed all’intolleranza che son tornati ad alzare la voce. 

Sulla vicenda di Walter Benjamin invito alla lettura del libro sopra citato di Uwe-Karsten Heye dal quale ho tratto anche l’epitaffio scritto da Bertolt Brecht ed ancora una volta il romanzo di Bruno Arpaia, L’angelo della storia, Guanda, 2001 

lunedì 25 giugno 2018

Storia di una fabbrica: la Pellizzari di Arzignano. Le ragioni (e le emozioni) di una ricerca.


Alea iacta est. Oramai il dado è tratto: con la lettera inviata il 22 giugno 2018 agli amici di storiAmestre e pubblicata nel sito dell’associazione ho reso pubblica la ricerca che da un po’ di tempo ho cominciato e che un giorno spero di riuscire a portare a termine. Nel testo  che riporto qui sotto ho cercato di spiegare le motivazioni personali che mi hanno spinto verso questa ricerca e l’ambito temporale su cui vorrei concentrare la mia analisi. Oramai non posso più tirarmi indietro. So che mi aspetta ancora molto lavoro di archivio presso l’Archivio Luccini di Padova e la Biblioteca Bedeschi di Arzignano per il quale confido, in un futuro non troppo lontano, di aver più tempo a disposizione. Spero altresì di incontrare del materiale che mi permetta di rispondere ad alcune domande che sono emerse fino a questo momento ed alle altre che sorgeranno nel corso della ricerca. Spero infine che il risultato finale, indipendentemente da quando sarà pronto e dalla forma che prenderà, sia di una qualche utilità per il lettore. Incrociamo le dita. 

Cari amici di storiAmestre, dopo aver scritto di Valdagno e della Marzotto vi volevo informare che da un po’ di tempo sto raccogliendo materiale sulle officine Pellizzari di Arzignano.
Ebbene sì, la storia di un’altra fabbrica e di un’altra lotta operaia. La mia è forse una fissazione, ma continuo a pensare che sia un interessante punto di vista per analizzare le trasformazioni sociali avvenute in Italia nel Secondo Dopoguerra e sono convinto che il ‘caso’ Pellizzari abbia delle caratteristiche che lo rendono meritevole di essere studiato.
Vi confesso però che la ragione del mio interesse per questa ricerca è anche (forse soprattutto) strettamente personale. 
Quando ero bambino dal cortile di casa potevo vedere la Pellizzari, la fabbrica dove lavorava mio padre, proprio dall'altra parte della strada. C'era una rete ed un ampio pezzo di terra incolta, dei mucchi di materiale inerte e le erbacce avevano riconquistato lo spazio. Più in là un enorme cubo di cemento senza finestre dava inizio alla fabbrica. E lì, nel reparto trasformatori lavorava Momi, mio padre. La fabbrica ha dominato l'orizzonte geografico e mentale della mia infanzia e prima adolescenza. La sua sirena marcava la fine dei turni di lavoro, ma anche i gesti quotidiani all'interno delle famiglie. In quella fabbrica mio padre entrò nel 1938, a quattordici anni e, fatto salvo un periodo di circa 2 anni in cui finì in un campo di lavoro in Germania, vi rimase fino alla pensione nel 1977. Figlio di una numerosa famiglia proletaria con scarsi mezzi, l'ingresso in fabbrica rappresentò una svolta per la sussistenza familiare. Il lavoro operaio rappresentò per lui un’occasione di riscatto sociale e al tempo stesso la maturazione della coscienza del diritto ad una società più giusta. Iscrittosi alla CGIL nel 1946 vi rimase anche dopo la pensione sino alla fine dei suoi giorni, nel corso della sua vita lavorativa ha partecipato alle lotte operaie e in particolare a quelle degli inizi degli anni Settanta per il salvataggio della fabbrica. Il periodo che mi interessa analizzare comprende buona parte della vita lavorativa di mio padre e perciò avevo immaginato che, ricercando fra i documenti, mi potesse capitare di incrociare il suo nome. Tuttavia quello che mi è accaduto nel luglio 2016 spulciando fra i fascicoli dell'Archivio Luccini di Padova merita di essere raccontato. I fascicoli depositati presso il Luccini contengono i documenti dell'attività sindacale della CGIL nella Pellizzari (non so perché non siano nell’archivio della CGIL vicentina presso la Biblioteca Bertoliana, ma è così). Esaminando uno dei fascicoli ho scoperto che – prima dell'approvazione dello Statuto dei Lavoratori nel 1970 – vigeva un accordo per cui l’azienda provvedeva alle trattenute sindacali in busta paga sulla base della scelta del lavoratore. Era prassi perciò indire periodicamente un referendum – così veniva chiamato – attraverso il quale ciascun lavoratore esprimeva, in una scheda nominativa che probabilmente forniva l'azienda, la propria adesione ad un sindacato. Per il referendum tenutosi il 18/9/1968 c'è un fascicolo contenente tutte le schede degli aderenti alla CGIL (con buona probabilità, dopo lo spoglio, ogni sindacato si teneva le proprie comunicando i nominativi all’azienda per la trattenuta) e la prima scheda del fascicolo era quella di mio padre. Non posso nascondere che il suo incontro mi ha emozionato non poco. Mi potevo aspettare di ritrovare il suo nome in elenchi e liste aziendali, ma trovare un documento in cui lui esprimeva una sua decisione è stata un’emozione molto forte e credo che solo per questo ha valso la pena intraprendere la ricerca.
Ma forse è opportuno che spieghi dov’era e cos’era la Pellizzari di Arzignano.
Arzignano si trova sulla bassa valle del Chiampo, quasi alla confluenza con la valle dell'Agno, nel punto in cui il torrente Agno prende il nome di Guà. Qui le due valli si aprono verso la pianura veneta nella parte nord occidentale del vicentino. A differenza di Valdagno, che si trova nella parte alta della valle contigua, dove a fine del XIX secolo la Marzotto era già una industria di importanza nazionale, il territorio arzignanese era in prevalenza agricolo anche se venivano tradizionalmente esercitate alcune attività manifatturiere. In particolare l'industria serica che poggiava sulla bachicoltura, tradizionale reddito integrativo del mondo agricolo, l'industria estrattiva del marmo nell'alta valle e qualche conceria che poteva contare sull'abbondanza e sulla qualità delle acque e che darà vita nella seconda metà del Novecento ad uno dei più importanti distretti della pelle italiani. Arzignano però, grazie alla Pellizzari, godrà di una precoce industrializzazione che trasformerà l'economia della valle già nel corso della prima metà del XX secolo.
La Pellizzari nasce al sorgere del Novecento (1901) come piccola officina per la produzione e manutenzione di macchine ed utensili funzionali ad una società prevalentemente agricola (molini e impianti di irrigazione), ma nel giro di pochi anni divenne una protagonista di quella seconda industrializzazione che ebbe il suo motore nell'energia elettrica. I prodotti che verranno progettati e fabbricati dall'officina arzignanese saranno proprio motori elettrici, pompe ed impianti che utilizzano ed alimentano la diffusione dell'energia elettrica. Nel volgere di pochi anni, soprattutto dalla fine del primo conflitto mondiale, la Pellizzari gode di una crescita industriale che trasforma l'officina artigianale di tipo familiare in una industria con centinaia e poi migliaia di addetti, contribuendo alla trasformazione del tessuto sociale arzignanese. Lo sviluppo industriale infatti porterà con sé la nascita di una classe operaia che, pur avendo legami famigliari con un ambiente prevalentemente agricolo, tenderà progressivamente a rendersi autonoma da quest’ultimo. La classe operaia delle officine Pellizzari, a differenza da quella dei lanifici di Schio o di Valdagno, man mano che acquisisce conoscenze e capacità di realizzare prodotti tecnologicamente avanzati, mette al centro della propria esistenza la fabbrica e si allontana dal mondo rurale.  I giovani proletari che entrarono nelle officine in quegli anni di tumultuoso sviluppo tecnologico acquisirono, con la coscienza del proprio saper fare, anche coscienza di sé come soggetto sociale e del proprio ruolo nella società. 
Le officine Pellizzari furono fondate da Antonio Pellizzari, ma il vero protagonista della trasformazione in moderna industria fu Giacomo, figlio maggiore del fondatore, anche per la scomparsa del padre nel 1912 e del fratello minore nel 1929. Giacomo si forma presso l'Istituto Tecnico Industriale A. Rossi ed introdurrà sin da subito nell'azienda paterna la progettazione e la costruzione di pompe e successivamente di motori elettrici. Giacomo rappresenta la figura dell'industriale che nutriva una grande fiducia nella tecnologia come promotrice di progresso e nell'homo novus che cresceva e si formava nell'industria i cui saperi avrebbero prodotto ulteriore crescita tecnologica. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale e gli eventi successivi all' 8 settembre 1943 segnarono una fase molto delicata per la fabbrica e la sua classe operaia. Con la repubblica di Salò e l’occupazione tedesca vi fu la militarizzazione della fabbrica, ma fu la decisione del comando tedesco di deportare il 10% della forza lavoro in Germania a scatenare la reazione operaia con gli scioperi della primavera del 1944. Le truppe di occupazione risposero con l'uccisione di 4 operai nel vicino castello di Montecchio Maggiore e la deportazione in Germania di molti lavoratori. Il figlio del padrone, Antonio Pellizzari, avvicinatosi alla resistenza antifascista, era ricercato perché renitente alla leva e si rifugiò in Svizzera, mentre il padre si nascondeva a Milano presso amici pur mantenendo relazioni con i dirigenti della fabbrica. La fine del conflitto e la riconsegna della fabbrica dai rappresentanti del C.L.N. nelle mani dei Pellizzari avvenne perciò senza particolari traumi.
Dopo le difficoltà dell’immediato dopoguerra, la fabbrica riprese la produzione e nel giro di pochi anni aumentò il suo prestigio nazionale ed internazionale, nei primi anni Cinquanta l’industria arzignanese raggiunse il suo massimo auge e fu promotrice di una stagione di interventi sociali e culturali in favore dei propri dipendenti e della cittadinanza che – seppur in tono minore – fanno pensare alla Ivrea di Adriano Olivetti. Viene fondata la Scuola di Arzignano, dove vengono organizzati corsi di letteratura, pittura, architettura e musica (1).  Per capire lo spirito che animava la Scuola di Arzignano, basti pensare che fu questa a pubblicare i primi numeri della rivista Cinema Nuovo di Guido Aristarco (2). La scomparsa di Giacomo Pellizzari (1955) e soprattutto quella prematura del figlio Antonio (1958) fece uscire di scena la famiglia industriale e ne seguì – dopo qualche anno - l'acquisizione dell'azienda da parte di industriali di Sesto San Giovanni la cui gestione durò un decennio (1961 – 1970) fino alla crisi che portò al fallimento agli inizi del 1971 e all’occupazione che si concluse con l’acquisizione dell’industria arzignanese da parte delle Partecipazioni Statali salvando circa 1.700 posti di lavoro.
Il periodo su cui intendo focalizzare la mia ricerca è il quarto di secolo che va dall’immediato dopoguerra (1946) alla conclusione della lotta per la difesa del posto di lavoro nel 1971 ed il mio interesse non è soltanto ricostruire la storia della fabbrica e della famiglia industriale, sulla quale peraltro esistono già alcuni studi, ma anche l’evoluzione delle condizioni materiali e sociali di chi ci lavorava e della comunità arzignanese che è cresciuta intorno alla fabbrica. La maggior parte della letteratura sin qui prodotta sulla Pellizzari si ferma alla fine della dinastia industriale che l’ha fondata  (3), a me piacerebbe riuscire ad aggiungere un altro tassello parlando anche della Pellizzari oltre i Pellizzari, quindi di tutto il decennio dei Sessanta ed i primi anni Settanta, periodo in cui matura la crisi della fabbrica, ma che vede il contemporaneo sviluppo del distretto conciario da un lato e del distretto elettromeccanico che si sviluppa per germinazione proprio dalla Pellizzari.
Spero per il futuro di poter proseguire e tenervi informati sull’andamento della ricerca. Un caro saluto, Walter Cocco

(1) La partecipazione numerosa di operai ed impiegati ai corsi di musica darà vita ad un’orchestra diretta da Antonio Pellizzari che si esibirà in ambiti nazionali e internazionali come il festival di Salisburgo.
(2) Antonio Pellizzari fu in prima linea nel sostenere la battaglia contro l’arresto seguito alla condanna per oltraggio all’esercito subita da Aristarco e dall’autore Renzo Renzi per la pubblicazione nella rivista in parola dell’articolo L’armata s’agapò che esprimeva una dura critica alla guerra ed all’imperialismo.
(3) Le opere principali sull’argomento sono: V. Nori, Pellizzari di tre generazioni (1901 – 1958) al servizio del lavoro e della cultura nella patria Arzignano e nel vicentino, Arzignano, A. Dal Molin, 1987 ed il volume edito a cura del Comitato del cinquantenario (1955-2005) dalla morte di Giacomo Pellizzari: A. Dal Molin – A. Lora (a cura di) Giacomo Pellizzari il suo tempo la sua gente, Arzignano, Comune di Arzignano, 2007. Vi sono poi alcuni saggi brevi o articoli sulla Pellizzari e la famiglia imprenditoriale fra i quali ricordo G.L. Fontana, Un’azienda propria immagine: Giacomo Pellizzari e l’elettromeccanica, in Mercanti, pionieri e capitani d’industria, Vicenza, Neri Pozza Ed., 1993


sabato 12 maggio 2018

Ancora sul 19 aprile 2018 a Valdagno....


Serata strana quella del 19 aprile scorso a Valdagno. C'era la sala piena, oltre alle aspettative, per lo meno le mie aspettative. E' iniziata con il saluto della rappresentante della giunta comunale di Valdagno. Con un discorso tutt'altro che formale l'assessore ha ricordato il suo '68 valdagnese che lei era ancora bambina, ha parlato delle preoccupazioni famigliari, ma anche dei sogni e delle speranze che permeavano i giovani e la società. Un bel discorso ampiamente condivisibile. Poi il monologo letto con passione da Antonella e Flavio ed a seguire l'intervento di Paolo Brogi. Paolo ha ricordato le lotte degli operai della Marzotto di Pisa di quegli anni che lui ebbe modo di conoscere direttamente. Infine dal pubblico, sollecitato da Enrico ad intervenire e raccontare il proprio sessantotto, sono iniziati gli interventi che - pur senza trascendere - mostravano che  le tensioni per quel che accadde quel giorno non si erano affatto sopite dopo cinquant'anni. Come ha detto Paolo Brogi a fine serata: "Valdagno non aveva ancora elaborato il lutto.." Poi, soltanto qualche giorno dopo, la notizia della morte di Pietro Marzotto, l'artefice assieme al fratello Paolo della svolta nelle relazioni sindacali che ha permesso l'accordo del 23 febbraio 1969 e del rilancio dell'azienda negli anni successivi. Propongo quindi alcune foto dell'incontro del 19 aprile 2018 e la mia breve postfazione alla lettura del monologo.








Buonasera a tutti, volevo soltanto aggiungere qualche nota a quanto avete appena ascoltato prima di passare la parola ad Enrico ed a Paolo Brogi che nel libro Ce n’est qu’un debut…  ci racconta  un 68 su scala planetaria. Come si usa dire ora passiamo da una dimensione locale ad una globale del fenomeno. Perché così è stato il 68, un movimento tellurico che ha scosso il mondo intero toccando società, paesi e regimi assolutamente diversi, e come tutti i terremoti sociali le scosse hanno un inizio, un’origine negli anni precedenti e lo sciame sismico prosegue in alcuni casi anche per molti anni a venire. In particolare in Italia ed in particolare nelle fabbriche italiane raggiungerà il suo apice nel corso dell’autunno 69, l’autunno caldo, ma la cosiddetta anomalia italiana proseguirà per oltre un decennio, almeno sino alla cosiddetta marcia dei quarantamila e la sconfitta operaia del settembre 1980 che determineranno il punto di svolta, la fine di un periodo. 
Gaetano, il personaggio di cui avete appena ascoltato il racconto di quei giorni, è un personaggio inventato ma molte delle cose che dice sono in realtà tratte dai racconti di persone che hanno vissuto quegli eventi che ho intervistato nella seconda metà degli anni novanta per il mio lavoro sulla Marzotto. 
Così come gli scontri di Valle Giulia a Roma del 1 marzo 1968 segnano un punto di svolta del 68 degli studenti, il 19 aprile a Valdagno dà inizio nell’immaginario collettivo al 68 dei lavoratori. Nessuna cronologia del 68 italiano scritta successivamente ha mai potuto dimenticare queste 2 date, anche Paolo Brogi vi dedica un capitolo nel libro che viene presentato stasera.
Tuttavia al di là dell’effetto mediatico dell’immagine della statua nella polvere del fondatore della dinastia industriale diffusa dalla stampa e dai media dell’epoca, l’elemento più importante è che la lotta innescata in quella giornata non si ferma lì, non è un episodio isolato ma continua nei mesi a venire fino alla decisione presa su iniziativa della Cisl – il sindacato maggioritario alla Marzotto – d’accordo con gli altri sindacati di occupare la fabbrica per dare una svolta alla vertenza. L’occupazione comincerà il 24 gennaio 1969 e si chiuderà un mese dopo con la sottoscrizione di un accordo soddisfacente per i lavoratori. Tale accordo prevedeva per la prima volta il diritto di assemblea in fabbrica e l’elezione di delegati di reparto. Diritti e forme di democrazia operaia che si estenderanno ad altre fabbriche e settori industriali soltanto con i contratti che verranno siglati nell’autunno successivo che divenne famoso come l’Autunno Caldo e divenne poi un diritto esteso a (quasi) tutti i lavoratori con l’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori del 20 maggio 1970. Dico di quasi tutti perché lo Statuto non è applicabile nelle aziende con meno di 15 addetti. La carta dei diritti dei lavoratori è stato uno dei risultati più importanti delle lotte del 68 e 69 in Italia. Essa è stata e rimane uno dei punti più alti della democrazia repubblicana, un tentativo di trasformare la democrazia formale in democrazia reale estendendone i diritti fondamentali all’interno dei luoghi di lavoro. Come tutte le istituzioni democratiche poi vive momenti di maggiore e minore vitalità in funzione dei tempi e delle condizioni in cui vivono i suoi protagonisti. Il mondo del lavoro ha subito negli anni una costante precarizzazione che nega i diritti fondamentali e la dignità di chi lavora ed ha spesso esautorato nei fatti il dettato dello Statuto e da molti anni assistiamo a continui tentativi di stralcio ed abrogazione da più parti.
Un’ultima cosa su come cambiò la Direzione della Marzotto dopo l’Accordo. A chiudere le trattative sono stati i fratelli più giovani della dinastia, Paolo e Pietro Marzotto. Quest’ultimo, dopo un breve rientro in azienda del padre Gaetano Jr. divenne il nuovo Amministratore Delegato e iniziò un’era di moderne relazioni industriali fra azienda e sindacato, come ebbe a dire Giorgio Roverato, lo storico che ha studiato più a fondo la Marzotto. Egli rimase alla guida del gruppo fino ai primi anni del nuovo secolo quando gli successe una nuova generazione ed una nuova evoluzione della società.

sabato 5 maggio 2018

Valdagno 19 aprile 1968. Cinquant'anni dopo.







Lo scorso 19 aprile 2018 a Valdagno cadevano cinquant’anni esatti dall’abbattimento della statua del fondatore della fabbrica Gaetano Marzotto Sr. durante uno sciopero degli operai. Fu uno dei primi episodi del ’68 operaio italiano ed ebbe un grande risonanza nei media dell’epoca. Non c’è cronologia dell’anno della rivoluzione in Italia che non ricordi quell’episodio che avvenne qualche giorno prima dell’esplosione del maggio francese. Quello che accadde quel giorno però non fu un fuoco di paglia, un momento di rabbia fine a sé stesso, ma l’inizio di una lotta che si concluse con un accordo il 23 febbraio 1969, dopo un mese di occupazione degli stabilimenti. 
Con un gruppo di amici abbiamo deciso di organizzare per il 19 aprile un incontro a Valdagno e per l’occasione ho scritto un testo, un monologo in forma di diario di un operaio immaginario, Gaetano, che aveva trent’anni nel 1968 e che racconta come ha vissuto quei mesi. La lettura del diario di Gaetano è stata fatta da Antonella Pascali e la sua voce si alternava a quella di Flavio Foralosso che leggeva pezzi di testimonianze, articoli di giornale e dichiarazioni dell’epoca (che troverete in corsivo nel testo).  Ripropongo di seguito la versione integrale del monologo che il 19 aprile è stato letto fino alla dichiarazione del 24 luglio 1968 per ragioni di spazio. Nella stessa serata presentavamo anche il libro di Paolo Brogi Ce n’est qu’un début… 


Giovedì 18 aprile 1968.
Mi chiamo Gaetano, sì Gaetano come il mio vecchio padrone. Mio padre quando sono nato mi ha messo il suo nome. Ho trent’anni e lavoro da quindici alla Marzotto. Sono entrato nel 1953, erano anni difficili, erano più i licenziati che gli assunti, ma il padrone con me è stato generoso. Mi ha assunto perché mio padre, dopo 35 anni di fabbrica, si è ammalato e non poteva più lavorare. Di lì a pochi mesi sarebbe morto, ma ha visto il figlio entrare al posto suo. Mio padre era entrato in fabbrica appena finita la guerra nel ‘18 ed aveva una venerazione per il padrone. Mi diceva che era sempre stato fedele a Marzotto e che la sua fedeltà era stata premiata. Mi raccontava del dopoguerra, nel 1921, quando era garzone di bottega: il padrone aveva raddoppiato i telai a ciascun addetto e licenziato i lavoratori in eccesso. Diceva che altrimenti avrebbe dovuto chiudere. Gli operai si ribellarono e lo scontro durò 145 giorni, i lavoratori tessili di tutta Italia appoggiarono i compagni di Valdagno che alla fine furono sconfitti. I manifestanti più attivi furono licenziati e cacciati dal paese. Mio padre aveva partecipato, con tutti i compagni, ma impararono la lezione e chinarono il capo. Che altro avrebbero potuto fare vedendo la fine di chi aveva alzato la testa e guidato la lotta? Poi, di lì a poco, Mussolini avrebbe fatto la marcia su Roma e sarebbe diventato il capo del governo, e di alzare la testa non se ne sarebbe parlato per anni. Papà diceva che Marzotto si era mostrato inflessibile, ma negli anni a venire, quando le cose andarono bene, aveva fatto molto per i suoi operai: gli aveva dato le case, il poliambulatorio, gli impianti sportivi, il cinema. Papà diceva che i cinegiornali dicevano che i lavoratori di tutta Italia invidiavano quelli della Marzotto e il duce considerava Valdagno e la sua fabbrica come esempio di realizzazione del fascismo.  
Ma stasera sono preoccupato, domani abbiamo deciso di scioperare perché la situazione in fabbrica è insostenibile.  All’uscita del turno mi sono fermato a parlare con alcuni compagni di lavoro iscritti al sindacato, mi dicono che tira una buona aria per scioperare, che tutti non ne possono più e che sono in molti a voler protestare. Poi ho sentito Espedito, un compagno di lavoro più anziano, un ex partigiano, spiegare come era la situazione in fabbrica a un ‘foresto’:

Sai cosa sono i “Bidò”? Una volta c’erano i “Bidò” per i cottimi. Era una cosa impressionante dentro la fabbrica. Il marcatempi - con il cronometro in mano - contava quanto ci mettevi a togliere la bobina e quanto a metterla su. Con il cottimo, chi lavora di più guadagna di più, chi lavora meno guadagna di meno. Beh,[…]c’erano anche [...] fannulloni che era anche giusto controllare, ma il Bidò colpiva tutti. Ti veniva assegnata una macchina e un […] quantitativo di produzione minima. Il marcatempi ti seguiva con il cronometro e quando andavi al gabinetto lo fermava [...] e controllava quanto rimanevi dentro. Controllavano i problemi fisici che avevi, [...] c’era quello che andava in bagno tre volte in una notte, perché aveva diarrea e veniva segnalato. Sostenevano che in fabbrica si viene per lavorare e non per andare al cesso. Se non stavi bene, dovevi startene a casa in malattia.
Con queste pressioni, c’era quello che faceva un quintale di più e allora tu venivi convocato perché non producevi altrettanto. Era una [...]guerra interna [...]ed allora cercavamo di convincere i nostri compagni a non esagerare, per non mettere in difficoltà gli altri. [...] (dall’intervista a E. Floriani del 2 febbraio 1997)

Espedito ha ragione. I sindacati, anche se non tutti, in un primo momento hanno accettato la ristrutturazione imposta dall’azienda, ma il risultato è che da oltre un anno siamo sottoposti a ritmi impossibili. Con i nuovi cottimi più lavoriamo e meno ci pagano e l’azienda ha cominciato le sospensioni a zero ore in alcuni reparti. I ‘padroni’ dicono che non licenzieranno, ma se vieni sospeso ti senti già con un piede fuori. E poi da anni il numero degli operai cala, così negli ultimi tempi sono ripresi gli scioperi, e per domani è proclamato lo sciopero generale di tutti gli stabilimenti Marzotto 

Venerdì 19 aprile ore 7,00. 
Stamattina, arrivato davanti ai cancelli, c’era già un sacco di carabinieri schierati e alle 7,30 è arrivata anche la polizia. Dicono di esser qui per garantire la libertà di andare al lavoro ed hanno formato un corridoio. Noi cerchiamo di impedire il passaggio, i compagni del turno di notte e quelli che sono usciti dopo solo un’ora di lavoro cercano di fermarsi all’ingresso per rendere difficile l’entrata ai crumiri. Polizia e carabinieri però spingono e malmenano chi si ferma, cercano di tenere libero il passaggio. Aumenta la tensione, volano parole grosse, pugni, calci, ma non succede nulla di grave. Arriva un reparto della celere, ma anche noi siamo sempre più numerosi e non ci muoviamo. Ad un certo punto arrivano gli studenti delle scuole superiori, i lavoratori delle confezioni del Maglio ed anche cittadini a manifestare il loro sostegno allo sciopero. Rimaniamo così, tutto il giorno, noi da una parte e le forze dell’ordine dall’altra. Momenti di tensione si alternano a momenti di relativa calma, nessuno si muove. Poi, nel pomeriggio, c’è uno scontro e vengono presi due manifestanti. I sindacalisti intervengono e ne chiedono il rilascio, le forze dell’ordine sono disposte a farlo se la manifestazione si scioglie e tutti vanno a casa. I sindacalisti ci dicono che i due compagni sono stati liberati ma che la manifestazione è sciolta. Si levano urla e fischi e volano le prime pietre. I vetri dello stabilimento si infrangono, un agente viene ferito, la polizia carica e spara i lacrimogeni. Rispondiamo con una fitta sassaiola e li obblighiamo a ritirarsi dentro il cortile della fabbrica. E’ scontro aperto, succede di tutto: alcuni prendono d’assalto il Jolly Hotel, altri il Magazzino della Lana, i manichini gettati nel fiume. Mi avvicino a Piazza Dante, è piena di gente, qualcuno ha delle funi sta tirando giù la statua di Gaetano Marzotto, il fondatore della fabbrica. Siamo in molti ad incitare finché la statua cade giù! La città è in rivolta,  si fa notte, arrivano altri reparti di polizia che attaccano con lacrimogeni e manganelli. Si scatena una vera e propria caccia all’uomo contro manifestanti e curiosi. La giornata si chiude con decine di fermati e 42 arresti, 5 denunciati a piede libero, 58 feriti fra le forze dell’ordine ed un numero imprecisato fra i manifestanti. Solo i più gravi si sono fatti ricoverare, gli altri si sono curati in casa per evitare denunce. La gravità della situazione si capisce si da subito.

Sabato 20 aprile ore 7,00.
Vado al lavoro. Sì, al sabato mattina si lavora ed oggi, dopo quello che è successo, è meglio presentarsi al lavoro. A me è andata bene, ho preso una manganellata nella schiena, basta non farsi vedere doloranti. Fuori l’atmosfera è surreale, le strade presidiate dai poliziotti ed i segni della battaglia dappertutto. Mio dio cosa abbiamo fatto! Cosa ho fatto! Ho urlato contro i poliziotti, ho tirato pietre, ho incitato i compagni che abbattevano la statua! Sono diventato un mostro.  Ma penso che è la risposta alle piccole e grandi angherie che subiamo al lavoro. E se un giorno diciamo che non ne possiamo più, che in fabbrica ci fanno s-ciopare, veniamo presi a manganellate e ci fanno gli occhi gonfi coi lacrimogeni. Non so se quello che vedo mi piace, ma so perché è successo.

Domenica 21 aprile, ore 9. 
Esco di casa e trovo in piazza compagni di lavoro e amici, tutti frastornati per quello che è successo e facciamo fatica a parlarne, anche perché Valdagno rimane piena di polizia e dicono che stanno indagando. Alcuni giovani, dicono che i parroci ad ogni messa leggono un comunicato che dice che quello che è successo venerdì è stato opera di provocatori venuti da fuori.

La nostra Valdagno ha passato una delle giornate più tristi e dolorose della sua storia. Quella che doveva essere, secondo le intenzioni, una pacifica e legittima dimostrazione di lavoratori compatti e responsabili per le loro giuste rivendicazioni è degenerata in forme di violenza, di distruzioni e di vandalismi, indegni di un paese civile.
Ci conforta il sapere che tali fatti sono stati deprecati dalla maggioranza dei cittadini, anche perché causati in gran parte da forze estranee al nostro ambiente di Valdagno. (Comunicato letto dai parroci di Valdagno domenica 21 aprile 1968 durante l’omelia delle messe)

Siamo arrabbiati! in piazza l’altro ieri c’eravamo noi valdagnesi e non i foresti! ci vogliono rubare anche il diritto a protestare! Alcuni decidono di esprimere il loro dissenso e vanno in chiesa per la messa delle 11,00 si siedono in prima fila tutti allineati. Quando inizia l’omelia ed il parroco legge il comunicato, si alzano in silenzio ed escono dalla chiesa in fila. L’azione sarà motivo di scandalo a Valdagno.
Quello stesso giorno anche l’amministratore delegato Giannino Marzotto, uno dei figli di Gaetano, quello aveva assunto l’Ingegner Piantini per avviare la ristrutturazione, dichiara pubblicamente che si tratta di una manovra politica frutto di provocatori esterni

Per me il gioco è chiaro, c’è un’orchestrazione politica a lungo raggio degli scioperi che si stanno svolgendo in Italia in questi giorni. Nel Veneto, l’estrema sinistra, piuttosto che Marghera dove la situazione è più complessa o Schio dove l’industria è di stato, ha scelto Valdagno, roccaforte dell’industria privata, e dove una popolazione laboriosa e pacifica era per di più impreparata al terrorismo. (dichiarazione di Giannino Marzotto il 21 aprile 1968)

Giannino Marzotto non è l’unico a pensarla così, la stampa moderata, sia locale che nazionale, scatena una vera e propria campagna contro i provocatori estremisti:

E' poi la constatazione che il novanta per cento delle porcherie di questa notte si devono a dei giovani, probabilmente a dei minorenni, maschi e femmine, queste peggiori dei loro compagni [...] Si racconta che vi fosse una bella ragazza bionda, di Trento, la quale davanti alla casa di Domizio Bernardi, dirigente del lanificio, gridasse: “Adesso veniamo e vi uccideremo tutti. Non abbiamo fretta, vi faremo fuori quando sarà il momento” [...] Con la tecnica di Mao, questi scamiciati che per tutto il giorno avevano gridato “Che Guevara!”, si sparpagliavano per riunirsi in punti prestabiliti. [...] Alcune ragazzine che hanno invaso l'albergo “Pasubio” e il bar annesso, della catena dei Jolly, avevano baschetti rosa, minigonne e sciarpetta, con i loro amichetti sembravano brutte copie da grandi magazzini di “Bonnie e Clyde”. Ma erano furie scatenate... (L. Bergamo, Il Gazzettino, 21 aprile 1968)

Verso le 8 del mattino arrivano in città una ventina di giovani universitari e non, da Vicenza e da Trento. Sono soci dei circoli 'Che Guevara' ed esponenti dei gruppi estremisti della facoltà di sociologia di Trento: un ateneo dominato da marxisti filocinesi e da cattolici che predicano la 'teologia della rivoluzione' di padre Camillo Torres, il prete guerrigliero della Colombia. I venti arrivati ieri mattina a Valdagno sono in gran parte - secondo la polizia - marxisti filocinesi. (S. Meccoli, Corriere della Sera, 21 aprile 1968)

Leggiamo queste pagine basiti. Ma dov’erano i giornalisti quando hanno scritto queste cose? Le hanno viste o se le sono fatte raccontare? Ma dov’erano tutti sti foresti? In cuor mio mi sento truffato! Non tutte le cose accadute venerdì sono state belle cose, ma così negano quello che è successo! Noi abbiamo protestato, forse ci siamo fatti prendere la mano, ma ne avevamo il diritto ed ora i giornali negano che sia successo. Dicono che non siamo stati noi, che se anche l’abbiamo fatto, siamo stati usati da qualcuno. E se fossero loro che ci stanno usando? 

Il prossimo 19 maggio ci saranno le elezioni e, nonostante quello che è successo e la massiccia presenza di forze dell’ordine, si tengono i comizi già previsti. Oggi sul palco c’è Alessandro Natta del PCI e la sua lettura dei fatti di due giorni prima è decisamente diversa.

A Valdagno uno sciopero sindacale [...] si è trovato di fronte venerdì scorso l’intervento repressivo e provocatorio dell’apparato poliziesco dello Stato e del governo di centro-sinistra, agli ordini e a difesa di Marzotto.
L’esasperazione provocata [...] dagli aumentati carichi di lavoro e dalla diminuzione dei salari [...] è sfociata così nella collera, nella rivolta di un’intera città. Hanno gettato giù dal piedistallo il fondatore della dinastia Marzotto! Hanno già dato un colpo al mito, al potere, e anche alla proprietà del grande, paterno industriale in una città dove non solo le fabbriche, ma tutto, anche le strade che a quelle fabbriche conducono, sono [...] feudo di Marzotto. [...] Nulla è più assurdo del meschino tentativo che viene facendo, in modo corale, la stampa dei padroni e del centro-sinistra, di dare a questo moto e alle forme anche aspre che esso può assumere, la portata e il senso di atti di sobillazione, di inconsulte fiammate accese da qualche sparuto gruppo di estremisti (A. Natta, Giù dal piedistallo, l’Unità, 23 aprile 1968, nell’articolo presumibilmente riassume il discorso fatto durante il comizio del 21 aprile)

Sento queste parole, non riesco a capire tutto, ma il discorso è convincente, mi sembra che rispetti i nostri sentimenti. Ed ora si sa chi sono gli arrestati. 

l’elenco degli arrestati, pubblicato ieri mattina, ha profondamente scosso i valdagnesi: sono vicini di casa di tanta gente, i conoscenti, gli amici del bar dell’angolo che sono stati individuati, mentre i veri promotori delle sanguinose battaglie di venerdì notte sono riusciti, dopo aver acceso gli animi degli operai [...]a dileguarsi. E se è giusto che chi tra i dimostranti ha trasceso debba pagare, è insopportabile per una città civile che elementi ad essa estranei (non pochi quanti durante la manifestazione si erano qualificati per “maoisti”, per giovani provenienti dalla facoltà di Trento, per “provocatori” di professione) riescano a portare una battaglia sindacale sul piano della rivolta civile e non figurino poi tra quanti verranno processati. (Il Giornale di Vicenza, 22 aprile 1968)

Siamo impauriti, disorientati… ma indignati per le persone arrestate, non erano più colpevoli di noi e vogliamo che tornino a casa, la pensa così anche il sindaco

Il Consiglio Comunale, riunito in sessione straordinaria nel giorno 22 aprile 1968, vivamente preoccupato della drammatica situazione venuta a crearsi nella città di Valdagno, esprime innanzi tutto il suo solidale appoggio alle legittime attese dei lavoratori, ravvisa nei seguenti punti le premesse indispensabili per riportare serenità e fiducia in tutta la popolazione della vallata: richiedere l'immediato rilascio, comunque entro 24 ore, delle persone fermate dalle forze di pubblica sicurezza di venerdì, ritenendo che il rilascio sia un atto di giustizia verso cittadini così indiscriminatamente arrestati, anche per gli episodici atteggiamenti provocatori assunti da alcuni elementi della polizia; auspicare la più sollecita e positiva conclusione delle trattative sindacali già in corso; impegnare le autorità di governo ad intervenire, con ogni mezzo disponibile, al fine di sbloccare la difficile situazione di Valdagno e della vallata promuovendo e facilitando l'istituzione di nuovi posti di lavoro; sollecitare il ritiro da Valdagno delle forze dell'ordine qui affluite da altre sedi.
A tale scopo dà preciso mandato al Sindaco di svolgere continua ed assidua opera, avvalendosi della cooperazione dei capigruppo che si ritengono insediati in commissione permanente.
Il Consiglio esprime infine la decisione di dimettersi qualora le attese e le speranze su espresse non siano soddisfatte.
F.to Filotto, Ferrio, Perin, Trafforti (O.d.G. consiglio comunale di Valdagno 22 aprile1968)

Oggi il sindaco insieme agli altri sindaci della vallata si è incontrato in prefettura con il ministro del lavoro Bosco, poi ha incontrato Marzotto. Politici e cittadini stavolta siamo d’accordo: prima di tutto liberare i prigionieri e riaprire le trattative con i sindacati. Si tenta un incontro, ma le posizioni sono inconciliabili. Allora i sindacati, nonostante la situazione tesa e la presenza di polizia, decidono di dichiarare un altro giorno di sciopero per il 24 aprile. Ci chiedono di evitate manifestazioni, di aderire ma restare a casa. E lo sciopero riesce. 
Nei giorni successivi i consiglieri comunali, presentano le dimissioni in segno di protesta per la mancata scarcerazione; solo i consiglieri liberali non lo fanno e ritirano la firma sul documento che avevano sottoscritto. Il 26 aprile viene indetta una manifestazione davanti al carcere di Padova per reclamare la liberazione degli arrestati. Un po’ alla volta infatti vengono scarcerati, fra il 29 aprile ed il 12 maggio tornano tutti a casa. La trattativa sindacale invece sembra bloccata e i sindacati proclamano un altro giorno di sciopero il 9 maggio, esteso anche alle Confezioni del Maglio. Alla fine la Marzotto accetta la costituzione di commissioni miste azienda-sindacato per valutare gli effetti del cottimo, ma pone una pregiudiziale: le parti devono sottoscrivere una dichiarazione congiunta sui fatti del 19 aprile

Le parti concordemente deplorano i noti episodi di facinorosa violenza compiuti la sera del 19 aprile da gruppi estranei all’ambiente del lavoro; episodi vandalici che sono giunti a colpire valori morali che fanno parte del patrimonio storico della città di Valdagno e che hanno offuscato la dura ma responsabile lotta sindacale rendendo più difficile e ritardando le positive soluzioni dei problemi; si danno reciprocamente atto del ristabilito clima di normalità di rapporti e di conseguente dignitosa collaborazione, premessa indispensabile per un progresso economico e sociale. (premessa all’Accordo del 12 maggio 1968, sottoscritta l’11 maggio 1968 da azienda, Cisl e Uil)

Il 12 maggio si firma l’accordo. E’ pace fatta, ma alle condizioni del padrone. A me quella premessa che torna a dire che noi non c’entriamo con quello che è accaduto non piace. Ne parlo coi compagni e dico che ha fatto bene la Cgil a rifiutare quella interpretazione dei fatti. Alcuni della Cisl dicono che per arrivare ad un accordo era necessario. E’ vero che oggi sono stati liberati gli ultimi arrestati e che nei giorni scorsi la polizia se n’è andata. Ma quella dichiarazione non piace proprio, speriamo almeno che queste commissioni miste servano a qualcosa. Mi spiace che non vi facciano parte i rappresentanti della Cgil che le aveva proposte, ma non ha firmato l’accordo ed è stata esclusa. Stasera al telegiornale ho visto le immagini di Parigi in fiamme, studenti ed operai hanno fatto barricate dappertutto. Quello che abbiamo fatto a Valdagno non è caso isolato, tutta la Francia, tutta l’Europa è in rivolta!!!

Mercoledì 22 maggio.
Stamattina il Giornale di Vicenza ha pubblicato i risultati delle elezioni, a Valdagno, la DC tiene e cresce la sinistra, ma il PLI, il partito dei Marzotto perde un sacco di voti, è questa la risposta dei valdagnesi a quanto è accaduto.
Il 24 maggio la statua del fondatore della Marzotto torna al suo posto, ma nulla è più come prima. Così quando il 12 giugno la Cgil distribuisce un volantino-referendum per la ripresa della lotta io voto sì. 

Se sei d’accordo che il sindacato proclami l’immediata ripresa dell’azione sindacale per i suindicati punti, metti una crocetta sul quadratino del sì; 
altrimenti metti una crocetta sul no. [...]
Lavoratore! Partecipa alle decisioni del sindacato restituendo questo referendum all’uscita della fabbrica. (dal volantino Cgil del 12 giugno 1968)

Vedo anche altri compagni che consegnano il foglio, anche alcuni iscritti alla Cisl. I giorni successivi la Cgil dichiara di aver ricevuto 2.737 schede di cui 2.534 favorevoli alla ripresa della lotta e proclama uno sciopero per sabato 15 giugno che ha successo, anche se i sindacati che hanno firmato l’accordo di maggio lo snobbano. Intanto all’interno della fabbrica le tensioni crescono e vi sono anche alcuni scioperi spontanei. 
In luglio la Cgil lancia un altro referendum, questa volta l’esito è di 2.237 schede favorevoli, 176 contrari e 267 schede bianche. Il sindacato proclama un nuovo sciopero per sabato 20 luglio e anche questa volta funziona, anzi va meglio, visto che cambia l’atteggiamento degli altri sindacati e anche l’azienda si accorge che l’accordo non piace ai lavoratori e il 24 luglio fa distribuire un comunicato 

Recentemente si sono verificati episodi di abbandono del posto di lavoro. Inoltre nelle giornate di sabato 15 giugno 1968 e sabato 20 luglio 1968, sono stati attuati scioperi aventi per oggetto le materie regolate dall’accordo. Il ripetersi di simili atteggiamenti sarà da noi interpretato come una violazione dell’accordo che noi stiamo rispettando. In tale caso, saremo costretti a sospendere l’applicazione dell’accordo in attesa di chiarimenti o addirittura a denunciarne l’efficacia o la validità fin dall’inizio. Non ha infatti senso il rispetto di un contratto da una parte quando l’altra si sottrae ai propri obblighi. Desideriamo che prendiate ufficialmente nota di quanto sopra ed anche del fatto che ci sentiamo fin d’ora meno impegnati a mantenere - con evidente sacrificio - pieni orari di lavoro laddove la maestranza dimostra coi fatti di non tenervi particolarmente. (comunicato del Direttore Centrale Paolo Marzotto indirizzato a Cisl, Uil ed a tutte le maestranze del settore laniero del 24 luglio 1968)

Ormai è fatta, la maggioranza di noi è d’accordo che bisogna riprendere la lotta, al rientro dalle ferie, quando la fabbrica riapre.

15 settembre 1968
Nei giorni scorsi abbiamo votato per le nuove commissioni interne e la Cgil ha preso un sacco di voti. Molti di noi prima non l’avevano mai votata, ma questa volta sì. Del resto, se quest’estate abbiamo ripreso la lotta è anche grazie alla sua iniziativa. Anche gli altri sindacati hanno capito che vogliamo essere tutti uniti contro il cottimo imposto dal padrone. E poi ci è piaciuto molto il referendum, vogliamo che i sindacati ascoltino la nostra voce prima di andare a trattare! Non ci accontentiamo più di rimettere in discussione l’accordo, vogliamo poter decidere cosa chiedere. Vogliamo che a trattare sui ritmi ed i carichi di lavoro siano delegati eletti da noi, gente di cui ci fidiamo perché conoscono il lavoro e sanno di cosa stanno parlando. I sindacati poi dovranno riferire all’assemblea dei lavoratori i risultati degli incontri con la direzione e deve essere l’assemblea ad avere l’ultima parola.  
E così gli scioperi si moltiplicano, ma la Marzotto rifiuta ogni trattativa

Riteniamo nostro dovere dirvi che ci sembrano altrettanto inefficaci e dannosi quegli scioperi che si propongono obiettivi irraggiungibili. Le richieste inoltrate alla nostra società in data 29 ottobre ‘68 dai tre Sindacati rappresenterebbero, se accettate anche parzialmente , oneri immediati insostenibili per l’Azienda, se trasferiti sui prezzi dei nostri prodotti, l’inevitabile riduzione degli orari di lavoro o addirittura dell’occupazione della vallata[…] Non è la prima volta che avviene uno sciopero ma, nel momento in cui invitasse ad azioni che compromettessero quanto sopra, ci auguriamo che il buon senso ed il responsabile  atteggiamento guidino le vostre decisioni (Lettera del Direttore Centrale Paolo Marzotto del 13 novembre 1968)  

Il ‘padrone’ dice che siamo irragionevoli? Cosa dovremmo fare, chiedere prima a lui se le nostre richieste sono sensate e poi magari chiedere il permesso di scioperare? Siamo in molti a chiedere un po’ di rispetto e condizioni di lavoro più umane! E non torneremo più indietro!

La decisione di proporre l’occupazione è stata presa tenendo in considerazione tutti i fattori. L’unica grande preoccupazione era la capacità di tenuta dei lavoratori. Noi eravamo abituati a ricorrere allo sciopero, però lo sciopero significava far perdere una giornata di paga e creava aspettative fra i lavoratori, non era uno strumento adatto a quella situazione. […] ed ho maturato l’idea che l’unica soluzione per uscirne e per chiarire fino in fondo una situazione che investiva un’intera popolazione, […] era bloccare tutto e passare all’occupazione. Un’azione clamorosa che avrebbe avuto una grossa risonanza a livello nazionale e ciò avrebbe aumentato il nostro potere contrattuale. La novità dell’azione avrebbe scatenato un gran clamore e ciò sarebbe andato tutto a nostro vantaggio. [...] Ero convinto che, per poterla realizzare, bisognava agire con rapidità, non dare il tempo a ripensamenti. Il fattore sorpresa era fondamentale. Ecco perché il 22 gennaio ho convocato d’urgenza il direttivo ed improvvisamente ho lanciato la proposta. [...] E’ stato uno choc. Se ben ricordo si è creato il silenzio. Io ho ripreso il discorso ed un po’ alla volta si è notato un cambiamento: si è passati dallo choc alla sensazione della bontà, della fattibilità del progetto. Hanno capito improvvisamente che questa era una iniziativa destinata al successo. E infatti si sono messi tutti ad elaborare l’idea, a portare suggerimenti, ad organizzare la cosa con grande abilità. Hanno dato delle indicazioni sui comportamenti da tenere all’interno degli stabilimenti e si sono organizzati con una rapidità che ha sorpreso tutti. […] (dall’Intervista a Francesco Guidolin, sindacalista e all’epoca segretario provinciale dei tessili, del 5 marzo 1997)

Venerdì 24 gennaio 1969
Stamattina ai cancelli trovo alcuni compagni che avvisano che la fabbrica è stata occupata con l’accordo dei sindacati. Tutti dobbiamo presentarci al nostro turno e restare là dentro anche se non lavoriamo. E’ stato deciso che nessun estraneo potrà entrare se non è autorizzato dal comitato di lotta e si organizzano ronde all’interno per controllare gli stabilimenti. Alcune squadre vengono autorizzate a finire le lavorazioni per non compromettere le merci o i macchinari. Gli addetti alla manutenzione dovranno pulire e lubrificare impianti e macchinari lasciandoli pronti per quando riprenderà il lavoro.  
Immediatamente riceviamo la solidarietà da parte di studenti, cittadini e anche del sindaco che si è presentato ai cancelli dei due stabilimenti. La reazione dei Marzotto è altrettanto immediata e durissima, si rivolgono al pretore di Valdagno per chiedere la “reintegrazione in possesso dei due stabilimenti”, cioè ci vuole far sgombrare. Il pretore emette il decreto di sgombero, ma prende tempo prima di far intervenire la forza pubblica con la scusa che il decreto deve essere notificato agli occupanti, cioè ai cinquemila dipendenti. Anche se non lo dice espressamente, spera che si trovi una soluzione fra le parti prima di far intervenire la polizia.

Domenica 26 gennaio 1969
Sono già tre giorni che veniamo in fabbrica senza lavorare. Oggi è domenica e siamo qui anche se è festa perché sono venuti i parroci, su invito del comitato di lotta, a celebrare la messa in mezzo a noi. Il messaggio dell’omelia è di sostegno alla nostra lotta

Condividiamo le legittime aspirazioni dei lavoratori e vivamente partecipiamo alle loro attuali preoccupazioni economiche e familiari. [...] Rivolgiamo un meritato elogio e il più vivo compiacimento a tutti coloro che hanno efficacemente contribuito perché fossero evitate violenze e sopraffazioni e tutto procedesse con ordine e disciplina e con senso di responsabilità. (dall’omelia della messa celebrata all’interno dei due stabilimenti il 26 gennaio 1969)

Lunedì 27 gennaio 1969
Arriva la notizia che i lavoratori delle Confezioni del Maglio e del copertificio di Trissino hanno indetto uno sciopero di solidarietà. Giannino Marzotto ha minacciato di trasferire “servizi e uffici in area più sicura e serena” e circolano voci che la Marzotto ha fatto i nomi di dodici persone ritenute responsabili di aver provocato l’occupazione. Anche la Democrazia Cristiana cittadina si indigna

La DC di Valdagno assicura ai lavoratori di essere al loro fianco insieme con tutta la cittadinanza. E’ inutile che si denuncino 12 persone quali principali responsabili dell’azione in atto. Siamo tutti responsabili, i cinquemila operai e la cittadinanza tutta. Tutti dobbiamo comparire davanti al pretore! (comunicato della DC di Valdagno del 27 gennaio 1969)

Intanto la notizia dell’occupazione fa il giro d’Italia e riceviamo sostegno da tante parti. I sindacati incontrano anche il Presidente del Consiglio Mariano Rumor, del resto è vicentino anche lui ed è qui che prende i voti. Anche se i Marzotto si mostrano duri, credo che ce la faremo. Non è che non siamo preoccupati, ma ormai la paura è passata e non molliamo. Qualcuno ha lanciato uno slogan, non so chi l’abbia detto per primo, ma ormai lo ripetiamo tutti quanti: Resisteremo un minuto più di Marzotto!  

Venerdì 31 gennaio 1969
Passano i giorni e sono molti gli scioperi a sostegno della nostra lotta, anche nelle piccole fabbriche, quelle che non scioperano mai. Ieri alla manifestazione a Valdagno eravamo moltissimi: sono venuti leader sindacali nazionali ed anche i negozianti hanno abbassato le saracinesche. Ma il tempo passa e la preoccupazione aumenta perché non sappiamo quanto potremo resistere senza salario; è vero che la solidarietà che riceviamo non è solo fatta di scioperi ma anche di cibo, beni di prima necessità e denaro che cerchiamo di distribuire in modo equo, ma sul fronte delle trattative è tutto fermo. Anzi, Pietro Marzotto accusa il sindacato di demagogia e di aver estorto con metodi violenti la solidarietà del Paese 
Spontanea solidarietà del Paese. E’ difficile giudicare la cosciente, spontanea solidarietà del Paese nel clima di demagogia e di intimidazione creato. Perché ricorrere al picchettaggio e minacce si vi è tanto diffuso consenso? Ogni regime di violenza è sempre riuscito a trascinare «spontaneamente» folle enormi in piazza. [...] da tempo ormai la Marzotto deve constatare con amarezza che il sindacalismo serve soltanto a nascondere le informazioni o a deformarle per motivi politici, e a rendere i rapporti tra direzione e operai - che hanno sempre trovato l’accordo tra loro - sempre più difficili e odiosi. Già nell’immediato dopoguerra i sindacati dovettero essere scavalcati da un accordo diretto tra la direzione e commissioni interne, per dare pace e lavoro e soluzioni di avanguardia alla Vallata. I comunisti [...] guidano oggi alla politica sindacale che imprigiona le commissioni interne, crea l’insoddisfazione e il disordine e consente affermazioni in campo politico ed elettorale; ciò a danno dell’immagine di Valdagno e della democrazia del Paese... (da Una lettera di Pietro Marzotto in risposta agli organizzatori sindacali, Il Gazzettino, 2 febbraio 1969)

Marzotto dà la colpa ai comunisti e auspica un accordo fra azienda e lavoratori senza i sindacati. Meno male che ci pensa Guidolin, il segretario provinciale della Cisl, a rispondere

Il comportamento dei Marzotto non conosce mai dubbi. E’ un comportamento che nel secolo scorso poteva anche apparire illuminato, ma che oggi non può essere né capito né accettato. Questo spiega i fatti di Valdagno di ieri e di oggi ed i molti «perché», che i signori Marzotto pongono a sé stessi ed agli altri. Perché - si chiedono - i sindacati hanno «bruscamente» interrotte le trattative? [...] Rompere le trattative dopo circa tre mesi di agitazioni e sei inutili incontri non è per nessuno una rottura brusca, semmai il contrario, ma non per i Marzotto, perché solo dopo tre mesi si sono degnati di accorgersi delle richieste dei sindacati giudicandole, con benevola indulgenza, «irrazionali». E siccome ritengono, come sempre, certi che i lavoratori vogliono altre cose, insegnano ai sindacati le nuove giuste richieste, da discutersi comunque attentamente con il metodo della «conversazione pacifica», perché la via del conflitto è inconcepibile. E così chi picchiava perché aveva fame si è sentito dire, dopo tre mesi, che invece doveva aver sete e solo, se fosse stato buono, un gingerino l’avrebbe ricevuto... (da Francesco Guidolin risponde alla lettera di Pietro Marzotto, Il Gazzettino, 6 febbraio 1969)

Venerdì 7 febbraio 1969
Sono passati quindici giorni da quando abbiamo cominciato. Le notifiche disposte dal pretore hanno cominciato ad arrivare nelle nostre case; ma non è questo che ci preoccupa, ma di essere dimenticati. 
Oggi andremo a bloccare la strada di accesso a Valdagno ed i binari delle Ferro Tramvie Vicentine a Cornedo. Nei prossimi giorni abbiamo deciso di andare con le macchine ed i cartelli a protestare davanti alla villa di Giannino Marzotto a Trissino e stiamo preparando la manifestazione indetta a Vicenza. 

Sabato 15 febbraio 1969
Sono passate tre settimane ed oggi scade il termine stabilito dal pretore per lo sgombero, noi continuiamo a stare qui dentro e non sta succedendo nulla.  Noi siamo determinati a resistere, ma la preoccupazione è sulla faccia di tutti. Le trattative sono ancora bloccate ma gira voce che qualche contatto fra Marzotto e i sindacati c’è 

Non dico nulla di nuovo affermando che gli accordi vengono firmati formalmente, ma sono preparati attraverso incontri e colloqui anche segreti. Anzi, quanto più segrete sono le trattative più si riesce ad arrivare a delle conclusioni. Su di me ricadeva la responsabilità maggiore, il nostro sindacato era maggioritario all’interno della Marzotto, ed io avevo la delega da parte dei miei colleghi della UIL e della CGIL di condurre la trattativa diretta. Sì, bisogna dire che anche la CGIL era al nostro fianco, c’era un rapporto di fiducia, soprattutto con i dirigenti. Dopo tre settimane di occupazione, in un incontro tenuto in Friuli, dove i Marzotto avevano una loro tenuta […] avevamo raggiunto dei punti di intesa (cinque) che io ritenevo altamente positivi e che premiavano l’azione intrapresa. 
[La trattativa si, n.d.c.] è svolta con gli altri fratelli, con Pietro e Paolo Marzotto che oramai navigavano per conto loro ed esprimevano quella dirigenza che avrebbe poi avuto il sopravvento. […]. Subito dopo l’incontro con i Marzotto ho riferito i cinque punti dell’intesa sia a Palmieri della CGIL che a Manfron della UIL ed erano completamente d’accordo, anzi non ci credevano nemmeno (dall’Intervista a Francesco Guidolin, sindacalista e all’epoca segretario provinciale dei tessili, del 5 marzo 1997)

Martedì 18 febbraio 1969.
Ci troviamo tutti in fabbrica perché i sindacati hanno indetto un’assemblea per illustrare un’ipotesi di accordo. Si parla di diritto di assemblea, un buon aumento fisso per uomini e donne ed una miglior retribuzione per i turni di notte. Un impegno a mantenere i livelli occupazionali e garanzie contro ritorsioni nei confronti degli operai occupanti e gli appartenenti al comitato di lotta. Qualcuno però non è d’accordo e dice che dopo una lotta così dura bisogna pretendere di più. Si discute animatamente ed alla fine l’assemblea boccia l’ipotesi, anche se tutti riconoscono che sono stati fatti dei passi avanti e si dà mandato ai rappresentanti sindacali di continuare a trattare. A questo punto non dobbiamo mollare ed è importante far sentire la nostra voce.

Venerdì 21 febbraio 1969
Stamattina non siamo entrati in fabbrica, abbiamo deciso di occupare il municipio. Il sindaco è sempre stato solidale con noi e convoca le parti invitandole a riprendere le trattative. Qualcosa finalmente si muove: Marzotto e sindacati si sono dati appuntamento per domani a Villa Trissino. 
Dopo un mese dall’inizio dell’occupazione finalmente si delinea un’ipotesi di accordo, ma i Marzotto rivogliono prima la fabbrica. Sanno perfettamente che non ce ne andremo di qui senza nulla in mano ed allora i sindaci propongono di ricevere in consegna dagli operai gli stabilimenti finché si tratta.

Notte fra sabato 22 e domenica 23 febbraio 1969
Fa freddo, ma noi restiamo qui davanti alla fabbrica, pronti a riprendercela se le cose non vanno bene. Le trattative finiscono alle sei del mattino con un’ipotesi di accordo e vengono subito indette le assemblee. Dobbiamo avvisare tutti per andare a sentire ed esprimere il nostro parere sull’accordo raggiunto. I sindacalisti lo illustrano: c’è un buon accordo economico, ma anche il diritto a riunirci in assemblea e saremo noi a decidere chi di noi andrà a discutere i cottimi ed i carichi di lavoro. La proposta viene messa ai voti e viene approvata. Siamo stanchi, ma euforici ed andiamo tutti insieme in piazza a festeggiare. Domani si ritorna al lavoro, ma non torniamo a testa bassa.