mercoledì 11 novembre 2015

In memoria del prof. Luciano Gallino








E' da molti mesi che non aggiungo nuovi post. Gli eventi di quest'anno, l'evoluzione della crisi greca, ma anche altri eventi tristissimi sui quali tornerò in argomento prossimamente mi hanno ridotto al silenzio. A motivare una nuova pubblicazione è un altro triste evento, la morte del prof. Luciano Gallino, una delle poche menti lucide ancora capaci di criticare la deriva neoliberista della società e di fornire articolati strumenti per intraprendere un cammino verso una società più giusta. Voce avversa ai potenti e poco ascoltata dai molti, ma utile, utilissimo antidoto contro la stoltezza attuale. Mi fermo qui e mi associo alle parole del caro amico e compagno Pietro Fazio scritte in ricordo del prof. Gallino. C.W. 



GRAZIE PROF. GALLINO
Voglio ringraziare pubblicamente il Prof. Luciano Gallino per tutto quello che mi hanno dato i suoi libri, per l'analisi acuta e importante del neo-liberalismo (così come lui lo ha chiamato nei suoi scritti) e per gli strumenti formidabili e unici che ha fornito con le sue opere alla politica. Gallino ha fatto ciò che avrebbero dovuto fare "gli intellettuali" che in un modo o nell'altro, si sono proposti di guidare la sinistra, Gallino ha fatto ciò che avrebbero dovuto fare e non hanno saputo fare i Bertinotti , i Vendola, i Fava, i Ferrero, i Guido Viale e i Marco Revelli e tutta la gamma di generali senza esercito prodotti in questi quarant'anni dalla cosiddetta sinistra alternativa : ci ha dato strumenti concettuali concreti per capire i meccanismi di funzionamento del nostro attuale sistema economico. Gallino ha messo alla portata di tutti, e non solo degli esperti, tutto ciò che è importante e fondamentale capire. Ha svelato i retroscena oscuri del capitalismo, ne ha colto l'assurdità attuale e la fragilità costante ed irrimediabile. Ci si domanda, mentre si facevano le regole di Maastricht e mentre avvenivano questi cataclismatici avvenimenti tra gli anni novanta e il duemila, perchè non c'era questo al centro della politica della sinistra alternativa? Bisognava aspettare la crisi per capire ciò che stava accadendo? Gallino ci ha dimostrato, in modo esemplare e con una ricerca rigorosa supportata da una bibliografia imponente ed esaustiva, che fin dall'inizio le regole poste dai governanti europei erano ispirate dai desiderata di Goldman Sach's e in generale, dalla finanza europea ed USA, ci ha mostrato come i politici, della destra e della sinistra ufficiale siano stati intimamente complici e a loro volta propulsori di questi interessi e di questa visione dell'economia e del mondo. Gallino non ha assolto Prodi, Amato, Veltroni, Clinton, e Mitterrand, dalla loro subalterna politica agli interessi della finanza, dalla demolizione delle regole Rooseveltiane e dall'aver liberato da ogni controllo il cane rabbioso del capitalismo finanziario con tutti i catastrofici danni che esso continua a perpetrare. Non li ha assolti dalla responsabilità di aver contribuito al dilagare del predominio culturale del pensiero neoliberi sta in tutte le società del cosiddetto occidente. La sinistra, quella europea rappresentata dalla socialdemocrazia e in Italia, ora, dal caudillo Renzi, si mostra in tutta la sua miseria intellettuale, penosamente chiusa dentro l'ottica distorta e ideologicamente fondamentalista del pensiero unico liberista. Una sinistra che ha perso il suo DNA, incapace di pensiero autonomo e supina ai diktat della grande finanza impersonato ora dalla Signora Merkel, dalla BCE, dall'Ocse o dal Fondo Monetario, quando non sia direttamente Goldman Sach's a battere i pugni sul tavolo. Una "sinistra" che esegue gli ordini e che si adopera per portare nei parlamenti un cambiamento epocale delle costituzioni antifasciste perchè troppo redistributive della ricchezza ed eccessivamente democratiche. Gallino, descrivendo ed analizzando il mostro del finanz-capitalismo, ha svelato la miseria e la complicità di questa sinistra. Gallino con chiarezza inequivocabile ci ha mostrato che se avevamo fatto il tifo per Mitterand in Francia, per Clinton in Usa, per Prodi o Veltroni in Italia, ci siamo proprio sbagliati. Luciano Gallino, come Carlo Marx, ha analizzato e capito la società del suo tempo e questo lavoro faticoso e meticoloso è ciò che egli lascia a tutti noi: un formidabile strumento per continuare la nostra lotta per un mondo migliore. Se ancora pensiamo sia possibile è perchè sono esistite persone come il prof Luciano Gallino.
Pietro Fazio

domenica 25 gennaio 2015

Bella Ciao - Modena City Ramblers



Η ελπίδα νίκησε! (La speranza ha vinto!). Questo è il commento di Syriza al risultato elettorale del 25 gennaio. E' un sentimento che condivido e che ho visto in migliaia di volti rigati dalle lacrime ma con il sorriso sulle labbra; che ho visto nei balli al suono di Bella Ciao nelle piazze di Atene; che ho sentito nelle parole di Alexis Tsipras che commenta la vittoria. 
La speranza che l'indignazione e la rabbia del popolo greco l'abbiano vinta su coloro che da anni stanno cancellando i diritti più elementari: il cibo, le cure mediche, la scuola. La speranza che la forza che nasce dall'indignazione si affermi anche in Spagna; che dopo Syriza sia la volta di Podemos e Guanyem Barcelona. La speranza infine che il contagio dell'indignazione tocchi anche le sponde della nostra penisola e cancelli le forze neo liberiste come ha fatto in Grecia e sta avvenendo in Spagna e possa finalmente nascere un nuovo soggetto capace di riprendere il canto che in questi giorni correva per tutte le piazze greche. Ascoltiamo Bella Ciao augurandoci che diventi il canto di una nuova Europa libera e democratica!

sabato 13 dicembre 2014

Lavoratori come farfalle




Giorgio Cremaschi, Lavoratori come farfalle. La resa del più forte sindacato d'Europa, Jaca Book, Milano, 2014.

Cremaschi, figura storica della FIOM e della sinistra sindacale, ripercorre in questo saggio la parabola del sindacato unitario ed in particolare della CGIL dagli anni Sessanta ai giorni nostri. E' un libro che esprime un giudizio amaro: il sottotitolo infatti parla di resa del sindacato e va letto con attenzione perché si tratta del giudizio espresso da uno dei suoi protagonisti. L'autore descrive il percorso imboccato dagli anni Ottanta ai giorni nostri che ha portato allo snaturamento del ruolo del sindacato. Detto semplicemente il sindacato ha smesso di chiedere e se smette di farlo perde la sua ragion d'essere. Riprendo un breve paragrafo che reputo illuminante:

“Il sindacalismo passivo non chiede, aspetta timoroso. Non chiedere se non vuoi che ti sia chiesto. Il sindacato della passività propone, fa convegni, commenta, ma non chiede. La richiesta, quell'atto semplice e controllabile che in quanto tale già delinea e chiarisce le ragioni del conflitto, non si fa più. Troppo rischioso. Il sistema non tollera richieste. Oliver Twist, il piccolo protagonista dell'opera omonima di Dickens, a un certo punto delle sue disavventure nell'Inghilterra capitalistica dell'800 capita in un asilo caritatevole per fanciulli poveri e soli. Alla refezione viene consegnata una ciotola di minestra che non sfama lui e tutti gli altri ragazzi. Allora domanda: ne vorrei un altro po'. Cosaaaa? Urlano scandalizzati tutti i benefattori. Guai a chiedere. Il sindacato nasce per chiedere e diventa sempre più inutile quando non rivendica più. Oggi nessuno saprebbe dire cosa chiedono, in concreto, non con fumosi discorsi, CGIL CISL UIL. Le richieste e le piattaforme le stilano e le presentano le imprese, le banche, i governi, l'Europa. Sono loro che rivendicano e praticano il diritto a presentare richieste al lavoro. Richieste che hanno tutte lo stesso scopo: che si lavori di più pagati il meno possibile.“

La perdita di funzione del sindacato è andata di pari passo con la precarizzazione del lavoro e l'esplosione della disoccupazione e sotto occupazione che Cremaschi sintetizza nella efficace metafora del titolo:

“Da lavoratore flessibile a risorsa, da risorsa a esubero. Il ciclo vitale del lavoratore subisce le stesse mutazioni della vita degli insetti, si passa in stadi diversi e sempre più spesso quello che si presenta come il più bello è quello che dura di meno. I lavoratori come farfalle”

Ho letto d'un fiato questo breve e lucido testo e ne condivido in larghissima parte l'analisi ed il giudizio. Credo che sia uno altro strumento utile alla ricostruzione di un pensiero critico  contro l'ideologia liberista dominante.



martedì 19 agosto 2014

L'Angelo della Storia (3). Bruno Arpaia e Walter Benjamin.





Working Class secolo XIX - XX - XXI



Sempre a proposito del concetto di storia di Walter Benjamin vorrei consigliare la lettura dei romanzi di Bruno Arpaia che ha subito senza alcun dubbio il fascino delle teorie del filosofo tedesco. Mi riferisco in particolar modo a tre romanzi che ho letto e riletto e che – nel mio piccolo – ho cercato di diffondere. I primi due sono Tempo perso (Marco Tropea 1997, poi Guanda 2003) e L’angelo della storia (Guanda 2001): le vicende del protagonista dei due romanzi – il giovane rivoluzionario Laureano - si svolgono rispettivamente durante la rivoluzione delle Asturie del 1934 e durante la guerra civile spagnola. In quest’ultimo Laureano incontrerà a Port Bou Walter Benjamin proprio alla vigilia della sua tragica fine.

L'altro suo libro che ho molto amato parla della nostra generazione ed il titolo è un altro manifesto di adesione al pensiero di Benjamin: Il passato davanti a noi (Guanda 2006).


  



mercoledì 13 agosto 2014

L'Angelo della Storia (2). David Bidussa e Walter Benjamin.





Working Class secolo XIX - XX - XXI


A proposito della IX Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin, un articolo di David Bidussa.

Il mio interesse per l’Angelo della Storia di Walter Benjamin non è recente, sistemando le carte ho recuperato un articolo di David Bidussa pubblicato mercoledì 27 agosto 2003 da il Manifesto che avevo conservato e che ora ripropongo.


Walter Benjamin e il suo angelo. Uno sguardo all’indietro che non si presenta solo come nostalgia o ispirazione di un futuro possibile. Ripensare il nostro rapporto con la storia vuol dire anche riconsiderare, nel presente, quelle possibilità che nel passato sono state interrotte. Impossessarsene, trasformarle in atto politico. Le «Tesi di filosofia della storia» sono state pubblicate nel 1942, ma l’angelo di Benjamin continua a guardare indietro perché il passato non è passato e i suoi orrori possono nuovamente ripresentarsi.

David Bidussa: Uno sguardo senza nostalgia.

La IX delle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin (quella in cui egli accenna alla figura dell'angelo della storia e al suo guardare «indietro») è forse il luogo letterario e metaforico più visitato dalla critica e anche il testo che simbolicamente ha segnato la «scoperta» di Benjamin negli ultimi trent'anni.
Pubblicate per la prima volta nel 1942, solo a metà degli anni '70 le Tesi iniziano ad essere valutate come un testo normativo e non più solo «oscuro» o «intrigante». Sono Giulio Schiavoni, Fabrizio Desideri Franco Bella e Enzo Rutigliano (rispettivamente: Walter Benjamin. Sopravvivere alla cultura, Sellerio; Walter Benjamin il tempo e le forme, Editori riuniti; Il silenzio e le parole, Feltrinelli; Lo sguardo dell'angelo, Dedalo) ad aprire una nuova stagione della critica e a fare delle Tesi un testo esemplare del legame inquieto tra individuo e storia. Un tema su cui, da allora, molti sono tornati proprio riflettendo sulla figura dell'angelo, da Massimo Cacciari (L'angelo necessario, Adelphi) a Stéphane Moses (La storia e il suo angelo, Anabasi) a Michel Loewy (Redenzione e utopia, Bollati Boringhieri).
A monte di quel cambio di registro si colloca la crisi dello storicismo, la fine dell'idea che la storia sia uno «sgomitolamento lineare», la percezione nella sinistra che il materialismo storico non sia solo una filosofia della certezza proiettata verso l'avvenire.
Tuttavia anche così, la pregnanza delle sollecitazioni proposte nelle Tesi resta vaga, sospesa tra una metafora accattivante, in cui la crisi celebra se stessa come nuova metafisica della storia, e il rischio di una riscrittura complessiva di una filosofia della storia che per quanto critica alla fine fonda solo la retorica della sua enunciazione, ma si priva di una qualsiasi ipotesi di lettura critica.
Al centro di quelle pagine non risiede solo la Critica allo storicismo, ma anche l'analisi critica del ruolo dello storico e la confutazione di quel suo presunto oggettivismo indotto dall'uso acritico delle fonti e dei documenti a cui troppo spesso surrettiziamente si ritiene di riscrivere oggettivamente la storia, ovvero di scrivere la storia com' «è andata davvero». Perché l'angelo della storia guarda indietro?
Proviamo allora a riprendere in mano il testo della tesi IX e a sondarlo da un differente angolo prospettico (riprendo il testo da Walter Benjamin, Sul concetto di storia, a cura di Gianfranco Bonola e Michele Banchetti, Einaudi 1997, che costituisce l'edizione critica più articolata e documentata del testo delle Tesi e da cui riprenderò più avanti anche le citazioni dai materiali preparatori per la loro stesura).
«C'è un quadro di Klee - scrive Benjamin – che si chiama Angelus novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi di qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un'unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi: destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l'angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che chiamiamo progresso, è questa bufera.»
Prevalentemente l'attenzione è stata rivolta al quadro di Klee, ai temi di carattere messianico o mistico o cabalistico, al rapporto tra visione messianica della redenzione e dimensione utopica della storia, alla visione antistoricistica della storia. Al centro si colloca l'immagine complessiva dell'angelo, l'accumulo delle macerie ai suoi piedi, la bufera, la visione della catastrofe. Tutti aspetti che in qualche modo hanno fatto convergere la riflessione di Benjamin con quella di Scholem, una riflessione che ha un tema comune e punti di divergenza.
li tema è la conciliazione tra attesa ed evento, tra investimento sul farsi della storia e delusione del suo accadere. Diversamente: tra risorse interiori e fattualità storica.
Una lettura della e sulla storia che entrambi riversano sulla storia e sul vissuto ebraico e che allude (al di là dell'esperienza ebraica nella storia) a una possibile interpretazione rinnovata del «vissuto mistico» e del vissuto utopico.
Per Scholem il problema è la possibilità che la trasgressione renda possibile in una condizione di catastrofe la redenzione e dunque l'inaugurazione di una qualche ipotesi messianica. Per Scholem guardare indietro significa cogliere il nesso tra catastrofe e redenzione e dunque permettere l'individuazione del principio di catastrofe come luogo generativo di una nuova identità (è questo in breve il nucleo fondativo di tutta la sua ricerca sul nichilismo religioso che egli disegna nel primo saggio dedicato a questo tema che costituisce il primo nucleo del Sabbatay Sevi, Einaudi, l'opera di una vita).
Per Benjamin, l'ipotesi della redenzione non produce automatismi o possibilità ché si originano dalla catastrofe ma nasce nella possibilità di guardare al presente attraverso le risorse sconfitte o bloccate da un passato che si propone come strumento, di replica. Il futuro non è dato, non è lineare né è sviluppo progressivo.
Lo sguardo indietro dell'angelo, così, richiama non solo il principio della catastrofe come macchina generativa, ma è proprio la dimensione della catastrofe ad avere altro valore e altro significato nell'ambito della sua riflessione.
L'angelo della storia si potrebbe dire è obbligatoriamente rivolto al passato, proprio perché per fondare futuro è necessario impossessarsi del passato. E' un dato meccanico ed entro certi aspetti anche scontato.
E tuttavia in questo volgersi indietro non risiede una domanda di sapere. Si guarda al passato - e dunque indietro - per impossessarsi del passato. E occorre possedere il passato per usarlo. «Lo storico è un profeta rivolto all'indietro», aveva scritto Benjamin nel 1917 (Walter Benjamin, Metafisica della gioventù, Einaudi).
E riprendendo le stesse parole nelle note preparatorie alle Tesi, prosegue: «Egli volta le spalle al proprio tempo; il suo sguardo di veggente si accende davanti alle vette degli eventi precedenti che svaniscono nel crepuscolo del passato. E' a questo sguardo di veggente che il proprio tempo è più chiaramente presente di quanto non lo sia ai contemporanei che «tengono» il passo con lui».
Una notazione che per certi aspetti allude a quanto Lucien Febvre aveva detto nel corso della sua lezione inaugurale al College de France («L'uomo non si ricorda del passato: lo ricostruisce. (...) Ma muove dal presente, e solo attraverso il presente, sempre, conosce, interpreta il passato» (L. Febvre, Problemi di metodo storico, Einaudi).
Ma questo primo livello apre verso una diversa lettura. Rievocando una sua radicata convinzione Benjamin scrive, a metà degli anni '30, nelle sue note su Parigi: «L'elemento distruttivo o critico della storiografia si esplica nello scardinare la continuità storica. La storiografia autentica non sceglie il suo oggetto a man leggera. Non lo afferra, lo estrae a forza dal decorso storico. Questo elemento distruttivo nella storiografia va concepito come reazione a una costellazione di pericoli che minacciano tanto il contenuto della tradizione quanto il suo destinatario. Contro questa costellazione di pericoli muove la storiografia: sta ad essa dar prova della sua presenza di spirito. In questa costellazione di pericoli l'immagine dialettica guizza fulmineamente. Tale immagine è identica all'oggetto storico; essa giustifica lo scardinamento del continuum». (Walter Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi).
Lo sguardo indietro dell'angelo non si presenta solo come «nostalgia» o come ispirazione per un possibile futuro diverso - per un futuro anteriore -, ma come segno di un diverso modo di concepire la storia. Al centro del rapporto con la storia non sta un dato gnoseologico (ovvero «conoscere la storia»), ma connettere al presente le possibilità interrotte nel passato e riammetterle come strumenti per un futuro possibile. In questa seconda ipotesi conoscere la storia è «impossessarsi del passato», ovvero saperlo tradurre in atto politico. In questo senso riscattarlo.
Nel linguaggio di Benjamin l'espressione «impossessarsi del passato», implica una doppia operazione. La prima è quella che essenzialmente è rivolta alla riscoperta di una dimensione «dimenticata», «nascosta» o comunque «sopita» del passato. La storia in questo senso è anche una «contro-storia».
Ma «impossessarsi del passato» implica saper cogliere ciò che in questo presente si rende immediato, necessario e anche scardinante del possibile recupero di «quel passato». Non ciò che del passato è utilizzabile nel presente come «antidoto», ma ciò che nel passato si propone come oppositivo a questo presente.
Negli appunti per la stesura delle Tesi scrive Benjamin: «Non è che il passato getti la sua luce sul presente o che il presente getti la sua luce sul passato: l'immagine è piuttosto ciò in cui il passato viene a convergere con il presente in una costellazione. L'immagine del passato che balena nell'adesso della sua conoscibilità - ovvero di un passato che non è morto - è, secondo le sue determinazioni ulteriori, un'immagine del ricordo. Assomiglia alle immagini del proprio passato che si presentano alla mente degli uomini nell'attimo del pericolo. Queste immagini, come si sa, vengono involontariamente. La storia, in senso rigoroso, è dunque un'immagine che viene dalla rammemorazione involontaria, un'immagine che s'impone improvvisamente al soggetto della storia nell'attimo del pericolo.»
Tuttavia nel processo di rammemorazione non sta tanto una dimensione salvifica del ricordo, quanto una possibile contromossa. La rammemorazione - e dunque la riemersione da una precedente condizione di oblio – non implica la riattivazione di un ricordo e dunque non richiama la funzione della memoria. Si fonda su un processo attivo, non rievocativo. La rammemorazione si accredita perciò come la fonte da cui proviene la storia.
Guardare indietro implica, così, ritrovare quelle circostanze che permettono di recuperare ciò che si è interrotto nella storia, e dunque di rimetterlo tra le cose che consentono un diverso sviluppo del presente e dunque una chance di diverso futuro.
«Marx - scrive Benjamin negli appunti per la stesura delle Tesi - dice che le rivoluzioni sono la locomotiva della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno d'emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno». La rivoluzione, cosi, è contemporaneamente la rottura del continuum storico e la sua possibile inversione. In altre parole le rivoluzioni sono l'interruzione del processo lineare della storia, o meglio il non-momento della storia.
Ma questo significato non è proprio solo della «rivoluzione», ovvero del processo di rovesciamento di potere, evento straordinario che interviene sulla linearità temporale inaugurando un «nuovo tempo». Più generalmente esso allude a qualsiasi gesto - o a un insieme di atti -che renda impossibile la ripetizione e la prosecuzione nel tempo indefinito di un sistema dato di potere e di oppressione.
Aspetto che impone un diverso approccio -o almeno un approccio maggiormente articolato - intorno alla riflessione sui «giusti» (certamente più problematico di quanto non sia stato proposto da Todorov nel corso degli anni '90; per tutti si veda Tentazione del bene, tentazioni del male, Garzanti).
Si potrebbe osservare più generalmente come tutta la riflessione concernente i «giusti», ovvero la possibilità che in condizione di oppressione totalitaria si dia replica e risposta diversa da quella statuita e prevista dal sistema sia collocabile all'interno di questa riflessione. Un gesto che è reso possibile dal fatto di evocare e proporre un diverso modo di spiegare e fondare il presente.
In questo senso il concetto di «giusto» o di «banalità del bene» se colto come «sguardo indietro» dell'angelo della storia ha un valore non riducibile a quello etico o caritativo con cui di solito si è pronti ad accogliere quell'atto. In altre parole, quell'atto è tale in relazione all'effetto di «blocco del processo lineare», di pietra d'inciampo dentro il carattere lineare del farsi della storia che si accredita come l'alleato «naturale» degli oppressori.
Ma all'interno di questa vicenda non risiede solo la contingenza dell'atto o la sua imperscrutabilità. «L'omaggio di una cipollina», ovvero privarsi di un qualcosa di completamente superfluo, non è sufficiente perché possa prodursi un gesto altruistico, comunque rovesciato rispetto alla norma vigente. Lo sguardo indietro dell'angelo dunque suggerisce ancora una cosa diversa. Dice che solo dal ricordo dell'oppressione e delle umiliazioni vissute e provate nel passato, si può produrre una forza capace di invertire o rovesciare la logica imperativa del presente. In altre parole, l'angelo della storia guarda indietro - e si rivolge al passato - perché il passato non è passato, perché tutti gli orrori del passato che possiamo anche ritenere lontani e superati, comunque collocati dietro di noi, hanno sempre la possibilità dì ripresentarsi.
Lo sguardo indietro dell'angelo costituisce, allora, un possibile principio per una diversa dimensione della convinzione e della retorica politica. Nella lotta politica, la forza, la capacità persuasiva, sono state riconosciute nel mito politico, nella capacità di proiezione sul futuro e nella prefigurazione di scenari armonici di radiosi domani. Forse la pratica di quello sguardo indietro - per quanto spesso intesa come rifondazione del mito politico utopico - andrà colta come capacità operativa e riflessiva della memoria, ovvero come la possibilità che si mediti sul passato per evitare una sua ripetizione.
In questo conto con la storia, in questo «corpo a corpo» col passato, tuttavia, viene a decadere una funzione che tradizionalmente le grandi collettività nazionali e i gruppi comunitari hanno affidato alla storia come fissazione di un calendario civile e come narrazione della propria origine.
La funzione assegnata alla storia a partire dalla costruzione dei grandi sistemi nazionali è stata quella di fondare il criterio di identità. Ovvero ad essa è stato affidato il compito di definire l'essenza di sé. In breve la costruzione del kit simboli e gesti per rispondere alla domanda «Chi sono?» Riconsiderare il passato non in relazione a ciò che si è o in relazione a una metafisica dell'identità ma in funzione a ciò che si è fatto, implica scegliere la storia come luogo in cui non si aderisce a una formula, ma si rimedita su ciò che è accaduto e si agisce per un esito diverso non garantito da alcuna metafisica, né automatico.
Non c'è alcun futuro salvifico nella riflessione sulla storia e sul passato, ma solo la possibilità di inventare e- trovare nuove vie per non uscire nuovamente sconfitti. Lo sguardo al passato senza nostalgia alla fine allude a questa possibilità.

giovedì 5 giugno 2014

La fabbrica nella polvere

Commento ad alcune foto scattate allo stabilimento valdagnese della Manifattura Lane G. Marzotto & Figli nel dicembre 2013.

Il presente articolo è stato pubblicato (con qualche piccola modifica) nella pagina web di storiAmestre (www.storiamestre.it), associazione di cui mi onoro di far parte.

Se si arriva a Valdagno dal fondovalle e, all'ingresso del paese, si prende la tangenziale esterna che porta verso Recoaro, ad un certo punto dall'altra parte del fiume appare il grande storico stabilimento della Manifattura Lane Marzotto. Da un po' di tempo l'immagine è desolante. I moltissimi vetri rotti della facciata fronte strada dell'opificio riflettono una sensazione di disuso, di abbandono. A dire il vero, guardando l'ingresso dello stabilimento, la pensilina e la portineria mantengono ancora un decoro ed i fasti da Grand Hotel, ma si non vede più il fluire di migliaia di lavoratori come un tempo e solo una parte degli uffici e dei reparti è ancora utilizzato, il resto è vuoto.
Questa fabbrica che ha rappresentato – assieme alla galassia di Alessandro Rossi nella vicina Schio – il terzo polo della prima industrializzazione italiana è ora un relitto di archeologia industriale. Per quasi due secoli ha segnato i destini della popolazione della vallata, è stato al contempo dannazione e speranza per i molti lavoratori che lì dentro hanno trascorso la loro vita ed ora è lì, enorme parallelepipedo silente. Pochissimi gli addetti rimasti a lavorare nello stabilimento, poco più di cinquecento. La produzione laniera che fino al 1968 contava 5000 operai (numero già in forte flessione rispetto al dopoguerra) ora non è più qui. La dura ristrutturazione in atto in quel lontano 19 aprile 1968 aveva fatto scoppiare la rabbia operaia di una classe che si era sempre mostrata pronta a chinare il capo, ma che, sentendosi tradita, aveva reagito rompendo i vetri della fabbrica, scontrandosi duramente con la polizia ed abbattendo la statua del fondatore Gaetano Marzotto Senior per rivendicare il diritto ad una condizione di vita decente in fabbrica come fuori. Lo scontro di allora fu seguito da una lunga lotta che – per la prima volta dalla nascita del lanificio – non finì in una sconfitta per gli operai. Essi ottennero condizioni di lavoro più decenti e di essere espulsi dalla fabbrica senza un calcio nel culo. Perché la produzione tessile era già allora un settore maturo che subiva la concorrenza dei paesi emergenti, ma una diversa idea delle relazioni industriali e l'integrazione della produzione nel sistema moda italiano ha permesso una riduzione più dolce degli addetti e i Marzotto hanno anche sostenuto con aiuti finanziari le nuove iniziative industriali che nascevano nel territorio per dare nuove opportunità alle nuove generazioni e scrollarsi il fardello della company town che avevano generato. Un defilarsi lento che – con i diktat della globalizzazione – subisce un'accelerazione; la produzione abbandona Valdagno e gli altri stabilimenti in Italia per essere svolta nelle fabbriche della Lituania, della Romania e della Repubblica Ceca post comuniste o dall'altro lato del mediterraneo. Per avere un'idea in numeri dell'esodo prendiamo i dati indicati nell'ultimo bilancio disponibile del Gruppo Marzotto (31 dicembre 2012): 3.479 addetti di cui 1350 in Italia, 998 in Repubblica Ceca, 380 in Lituania, 150 in Romania, 574 in Tunisia; di primo acchito l'azienda sembrerebbe avere ancora una forte base in Italia, ma la pagina web del gruppo parla di 11 stabilimenti in Italia e 5 siti produttivi all'estero, ecco quindi che il peso della produzione in Italia sembra diluito in molti stabilimenti con poche decine di addetti. Le relazioni di bilancio danno conto inoltre di piani di chiusura di alcuni degli stabilimenti italiani: la definitiva chiusura della divisione tessuti di Sondrio (14 addetti), la chiusura degli stabilimenti di Villa d'Almé (Bergamo) e di Fossalta di Portogruaro (94 addetti), il licenziamento di 51 addetti della società del gruppo Ratti Spa, 7 licenziamenti nella Collezione Grandi Firme e la chiusura dello stabilimento di filatura pettinata a Piovene Rocchette (121 addetti). La chiusura di Piovene mi ha visto testimone nei primi mesi dell'anno scorso di una singolare e toccante dimostrazione di protesta da parte dei lavoratori licenziati: essi avevano crocifisso le proprie tute di lavoro alle inferriate della fabbrica, l'immagine evocava le vittime di un massacro esposte a monito della popolazione.
La nota di bilancio parla anche di un contratto di flessibilità raggiunto con le organizzazioni sindacali del GMF (Gaetano Marzotto & Figli) di Valdagno che riguarda 221 addetti, non si capisce se questo è il numero totale degli addetti valdagnesi o se sono quelli interessati alla flessibilità.
I vincoli con la comunità si sono allentati, l'azienda è sempre più internazionale ed anche la società è cambiata: nell'era del pensiero unico liberista nessuno osa più sognare una società più giusta, né reclamare il diritto ad una vita dignitosa, l'unico dogma è la libera circolazione dei capitali e la riaffermazione che il lavoro non deve essere pagato o pagato molto poco, pochissimo. La velocità di spostamento delle produzioni ha messo a disposizione un enorme esercito di riserva di affamati. Sarebbe interessante verificare con le organizzazioni sindacali se e quali sono le relazioni industriali attualmente esistenti con il gruppo; quali sono le condizioni di lavoro in Tunisia, in Lituania, in Romania e in Cechia, se esistono là organizzazioni sindacali e fermenti operai e, soprattutto, se esiste un coordinamento fra i sindacati dei vari paesi in cui sono ubicate le fabbriche della Marzotto. Ho fatto un tentativo di contattare la responsabile dei tessili vicentina della CGIL, ma non ci sono riuscito al primo colpo e non ho insistito, magari in futuro sarà l'occasione per tornare in argomento. Non so effettivamente cosa stia succedendo in quelle fabbriche, e quindi mi limito ad alcune riflessioni di carattere generale che, credo, accomunano tutte le produzioni che sono state delocalizzate. Nei paesi dell'ex blocco sovietico le organizzazioni sindacali devono scontare il peso di un fardello ideologico che, in nome del movimento operaio, aveva per decenni imbrigliato e represso le rivendicazioni dei lavoratori. Il vuoto lasciato dal crollo dell'Urss è stato riempito dal pensiero unico liberista che ha lasciato poco spazio ad una azione collettiva nelle coscienze dei lavoratori.
C'è inoltre un problema di tempi. Se da un lato, la costruzione della fiducia nell'azione collettiva fra i lavoratori abbisogna di un lento lavoro organizzativo che si sedimenta nel vissuto di una infinità di torti e soprusi piccoli e grandi fino a confluire nel sentimento di solidarietà e di ribellione da parte di soggetti che condividono quotidianamente la medesima condizione di sfruttamento (quella che un tempo si definiva coscienza di classe), dall'altro lato la globalizzazione sta rendendo più veloce lo spostamento delle fabbriche rispetto alla capacità di organizzazione dei lavoratori. E' questa divaricazione dei tempi che rende più debole la resistenza dei lavoratori ai ricatti padronali. Spesso le cronache ci raccontano di fabbriche svanite durante le ferie d'agosto, gli impianti trasferiti quasi clandestinamente, lasciando i capannoni vuoti ed operai smarriti davanti ai cancelli. Credo che la percezione – conscia o inconscia – che accomuna sia i lavoratori derubati che quelli che li rimpiazzeranno nelle fabbriche ricostituite nei paesi di destino è di essere parte di un enorme esercito di riserva che li condanna ad una nuova servitù. Come é potuto succedere? La mia idea è che il duplice processo di robotizzazione e di globalizzazione hanno espropriato definitivamente il lavoratore del controllo sul processo produttivo e della coscienza di sé. Cercherò di spiegarmi meglio: nella fabbrica manifatturiera il prestatore d'opera controllava in qualche modo il processo grazie al suo saper fare e ciò gli dava una certa forza contrattuale; nella successiva fabbrica fordista l'operaio non specializzato assume coscienza dell'alienazione del lavoro; la catena di montaggio aumenta in modo esponenziale il divario fra lavoro e prodotto del lavoro e l'unico modo possibile per recuperare potere contrattuale in fabbrica è reagire a questa espropriazione convogliando la frustrazione e la rabbia che essa produce in nuove forme di lotta e di costante interruzione del processo produttivo. Nasce così uno scontro politico inedito volto a modificare i rapporti di forza all'interno della fabbrica che per un breve periodo risulta vincente. In entrambi i casi, la condizione essenziale che ha permesso l'affermarsi di una coscienza di classe è il luogo stesso: la fabbrica. La nascita e lo sviluppo del movimento operaio si fonda nel fatto di condividere quotidianamente, gomito a gomito, lavoro e condizioni di sfruttamento. E' proprio questo legame, questo tòpos, che il processo di robotizzazione/globalizzazione ha spezzato con la creazione di quella che definirei: la fabbrica virtuale.
La nuova fabbrica virtuale, prima di tutto, ha poco bisogno del saper fare, della presenza cioè di una manodopera specializzata nel territorio perché la robotizzazione del processo produttivo permette di controllarlo in remoto da migliaia di chilometri di distanza. Per la stessa ragione la produzione può rapidamente essere spostata da un luogo ad un altro spezzando così sul nascere le resistenze. Anche la parte più professionalizzata del lavoro si disperde in mille rivoli di consulenze, progetti ed altre collaborazione esterne alla fabbrica che hanno prodotto un tracollo dei prezzi del lavoro. Si potrebbe dire che si è imposta una pratica la cui valenza generale non impedisce che vi siano delle eccezioni: il lavoro – sia esso manuale o intellettuale – non deve essere pagato. Ecco allora che se nel 1968 fu la statua del fondatore a finire per qualche giorno nella polvere, dopo qualche decennio è la fabbrica intera ad essere coperta dalla polvere dell'abbandono e il segnale stradale di pericolo che un tempo avvertiva l'automobilista dell'uscita operai ora sembra minacciare un'uscita di quest'ultimi senza alcuna possibilità di rientro.









mercoledì 4 giugno 2014

España Mañana Será Republicana


Il movimento operaio è intimamente legato - sin dalle sue origini - al movimento repubblicano. Questo non vuol dire che non vi siano situazioni di coesistenza con istituzioni monarchiche, ma non vi è dubbio che, soprattutto in Spagna, il movimento operaio è repubblicano. La guerra civile vede la classe operaia schierata in difesa della repubblica legittimamente costituita e solo la durissima repressione della dittatura franchista piegherà per molti anni il movimento operaio. Lo spettro della tragedia degli anni Trenta dominerà gli anni della transizione verso la democrazia dopo la morte di Franco, il tentato golpe del 23-F ed il ruolo assunto da Juan Carlos I in difesa della legalità democratica sembrava aver relegato in una posizione marginale l'ideale repubblicano. 
L'annuncio dell'abdicazione di re Juan Carlos ha finalmente visto fiorire, dopo decenni, l'iniziativa massiccia della popolazione repubblicana spagnola che è scesa in piazza a chiedere un referendum per poter decidere fra monarchia o repubblica. Le città si sono riempite di persone e di bandiere repubblicane. Nei prossimi giorni completerò la pagina per il momento godiamoci le immagini e speriamo nella terza repubblica. QUE VIVA LA REPUBLICA!