domenica 5 settembre 2021

Vinicio Mettifogo, un intellettuale di estrazione operaia.

L'articolo che segue è stato pubblicato il 2 settembre 2021 nel sito di storiAmestre, associazione di cui faccio parte, con il titolo Note su Vinicio Mettifogo (1925-1973), che da operaio diventò progettista alla Pellizzari, e poi inventore-imprenditore in proprio. Lo ripropongo qui con l'aggiunta a margine di una nota bibliografica. I miei ringraziamenti vanno sempre al comitato di redazione del sito di storiAmestre per il paziente lavoro di editing. 

Il nostro amico e socio Walter Cocco prosegue nella ricostruzione della sua “città invisibile”: il mondo delle fabbriche e del movimento operaio di Arzignano e dintorni. Ci ha spedito le note scritte sulla biografia Vinicio Mettifogo presentandocele con un’avvertenza: “Potrebbe sembrar strano a chi conosce la mia predilezione per la storia di fabbriche e degli operai che le abitano che questa volta voglia parlare di un imprenditore. In realtà si tratta di un imprenditore che, prima di divenir tale, ebbe un altro ruolo, e tutt’altro che marginale, nella storia sociale e politica della Arzignano del secondo dopoguerra”. 

Un intellettuale di estrazione operaia 

Vinicio Mettifogo, classe 1925, era un tecnico, un progettista delle Officine Pellizzari e nel corso degli anni Cinquanta fu capogruppo comunista nel consiglio comunale di Arzignano e segretario del PCI locale. Proveniva da una famiglia operaia, il padre lavorava alla Pellizzari, ma date le sue spiccate capacità e l’attitudine allo studio egli iniziò a frequentare l’Istituto Rossi di Vicenza, cosa che comportava non pochi sacrifici per la famiglia. Il padre aveva anche ottenuto che Vinicio venisse assunto alla Pellizzari durante i mesi estivi, così poteva contribuire all’economia domestica e allo stesso tempo prendere dimestichezza con il mondo della produzione. Ben presto però, la morte del padre costrinse Vinicio, a diciassette anni, ad abbandonare gli studi e a entrare stabilmente nelle officine arzignanesi. Si era in piena guerra e il consenso verso il fascismo mostrava le prime crepe; in particolare nelle fabbriche si andava rafforzando l’opposizione al regime che porterà alla sua caduta il 25 luglio 1943. È in questo periodo che Vinicio si avvicina all’antifascismo e comincia a frequentare un gruppo di oppositori a Ponte di Mella (1). Le vicende che seguiranno all’8 settembre, la costituzione della Repubblica di Salò e l’occupazione tedesca renderanno la situazione in fabbrica sempre più difficile, specialmente per i giovani delle classi di leva 1924 e 1925 che avevano l’obbligo di arruolarsi nelle file repubblichine o finivano nei campi di lavoro in Germania. L’alternativa era la renitenza alla leva e andare in montagna con i partigiani. Nei primi mesi del 1944 il comando tedesco aveva già inviato un contingente di lavoratori della Pellizzari in Germania, ma ne voleva ancora e minacciò di estrarre a sorte i nominativi da deportare se nessuno si fosse fatto avanti, così ebbe origine lo sciopero del marzo 1944 che ebbe conseguenze drammatiche, come leggiamo nella testimonianza dello stesso Vinicio Mettifogo:
 
Lo sciopero fu proclamato, se così si può dire, il martedì 27 marzo 1944. In quella lontana mattina il lavoro neppure cominciò. Gli operai, tutti gli operai, si ritrovarono sulla strada. Ogni cosa avveniva dietro una strana atmosfera essendo andata perduta la consuetudine per questo tipo di lotta. Era infatti il primo grande sciopero, la prima aperta azione di massa, che la classe operaia di Arzignano ingaggiava dopo tanti anni di fascismo. E per molti di noi si trattava addirittura del primo sciopero in senso assoluto. I visi seri, i movimenti controllati, il parlar sommesso e conciso, testimoniavano la ferma determinazione collettiva. Nessun gesto non necessario, né una parola di troppo: in tutti, quasi un contegno solenne, una dignità mai conosciuta. Molti operai, usciti dalla fabbrica, tornarono a casa; altri si sparsero a gruppi e salirono le colline. La strada fu presto deserta. I nazisti sostituirono gli operai nel possesso della strada: le pattuglie tedesche si incrociavano a passo svelto, cadenzato. Verso mezzogiorno corse la voce che i tedeschi desistevano dal proposito di deportare una parte dei lavoratori in Germania e il lavoro riprese. Fu quando cominciarono gli arresti che l’officina rinvenne e tutti riacquistarono il senso reale di quanto stava accadendo. In questa situazione tesa, mentre la speranza di veder rilasciati i compagni arrestati alimentava mille immaginose possibilità, improvvisa e sconvolgente, piombò la notizia. Venerdì 30 marzo. Un cinico beffardo maggiore “esse esse” convoca tutti i lavoratori nel cortile dell’officina. Dall’alto della terrazza che corre normalmente all’ingresso, parlando un feroce tedesco, grida [che] fra gli arrestati, Carlotto Umberto, Cocco Luigi, Erminelli Cesare e Marzotto Aldo, sono stati condannati a morte mediante fucilazione. Dopo la breve pausa necessaria perché un altro graduato “esse esse” traducesse con tono inespressivo le sue impossibili parole, il maggiore riprende a parlare: – La sentenza è già stata eseguita! Poi ancora parlò, parlò a lungo ed era come se continuamente ripetesse: La sentenza è già stata eseguita! Respiravamo a fatica e il cuore batteva sconvolto nel tumulto della disperazione. Un plotone “esse esse”, forse cinquanta, era schierato a sbarrare l’uscita con le automatiche pronte a sparare. Se avessimo tentato un gesto di ribellione sarebbe stato il massacro. Lentamente, a testa bassa, trattenendo il pianto che serrava la gola perché i tedeschi non vedessero, rientrammo nei reparti. E fu quella la nostra più triste giornata. La vita dell’operaio, del proletario, non è generalmente ricca di avvenimenti singolari: si svolge secondo una trama semplice fatta di fatica, di preoccupazioni, di speranza, di lotta. Così, la vita di questi nostri compagni, si confonde per lungo tratto con la storia dell’officina, con la storia degli uomini che nell’officina lavorano e vivono. È la vita umana propria dell’uomo semplice. […] Umberto Carlotto, operaio aggiustatore meccanico del reparto Motori Grossi. Quella mattina sul Ponte del Fiume ammonì che al lavoro si sarebbe tornati quando tutti insieme si fosse deciso di tornare. Per questo fu fucilato. Luigi Cocco, operaio meccanico al reparto Motori a scoppio. Passando per la strada quella mattina così, scherzando, parlò alle filandiere: – Perché non siete già a casa a preparare il mangiare dei vostri uomini? Per questo fu fucilato. Cesare Erminelli, operaio fresatore al reparto “Emme Effe”. […] All’Emme Effe lavoravano e lavorano operai altamente qualificati dal punto di vista professionale e avanzatissimi dal punto di vista della consapevolezza politica. Cesare era uno di loro. Per questo fu fucilato. Aldo Marzotto, operaio tornitore al reparto “Emme Effe”. […] Aldo era direttamente legato all’organizzazione politica clandestina della classe operaia. Era un bravo operaio, Aldo Marzotto, consapevole dei suoi doveri di classe. Per questo fu fucilato. Giuseppe Rampazzo e Giovanni Salvato, operai, lentamente li uccise il campo di concentramento in Germania. 

Questo scritto venne pubblicato nove anni dopo le vicende nel foglio Officina e realtà, giornale di fabbrica dei lavoratori del gruppo Pellizzari del 30 marzo 1953 (2), una pubblicazione nata come supplemento del periodico Lotte del lavoro. L’articolo dal titolo Onore a chi cadde in cammino apparve senza alcuna firma, come tutti gli altri articoli, ma Vittoriano Nori ne ha attribuito la paternità a Vinicio Mettifogo (3). Non so quali elementi avesse in mano per affermarlo, forse una confidenza dello stesso Mettifogo, di certo quest’ultimo per capacità e cultura avrebbe potuto scriverlo. L’articolo venne ripubblicato l’anno successivo dalla rivista La scuola di Arzignano (legata alla omonima iniziativa culturale e sociale promossa in quegli anni da Antonio Pellizzari), in un numero dedicato al decennale dell’eccidio (4). Negli anni che seguirono, questa testimonianza divenne in qualche modo la “cronaca ufficiale” di quella vicenda perché molti autori che scrissero sui fatti della Pellizzari finirono con riprenderne o citarne i vari passi. L’aver vissuto in prima persona quel dramma spinse il giovane Vinicio a una netta scelta di campo contro il fascismo e influenzò la sua successiva adesione al Partito Comunista. Nell’immediato dopoguerra egli chiese e ottenne di essere trasferito all’ufficio tecnico dove seppe molto presto dimostrare le sue doti di progettista, tanto che l’azienda lo agevolò quando decise di presentarsi da privatista alla maturità scientifica, esame che superò brillantemente, e altrettanto fece accordandogli i permessi per frequentare i corsi di ingegneria prima a Milano e poi a Padova. Le necessità economiche lo obbligarono nuovamente ad abbandonare gli studi regolari, ma questo non gli impedì di continuare a coltivare letture sia scientifiche che umanistiche. Nel frattempo la militanza politica entrò a far parte della sua quotidianità portandolo in consiglio comunale con le elezioni del 27 maggio 1951. Egli era uno dei tre consiglieri comunisti che, insieme ai quattro consiglieri socialisti e ad altri tre consiglieri indipendenti facevano opposizione in un consiglio dominato dalla Democrazia Cristiana (20 seggi). Erano gli anni della guerra fredda, dello scontro ideologico. In questo lembo di Veneto le forze in campo erano così sproporzionate che l’opposizione socialcomunista si riduceva a pura testimonianza, anche se raccoglieva le istanze della classe operaia della Pellizzari che rappresentava buona parte del suo elettorato. È in questo periodo che si consolida una insolita quanto stretta amicizia fra Vinicio Mettifogo e Antonio Pellizzari, il figlio del padrone della fabbrica che era già amministratore delegato e fondatore della Scuola di Arzignano. Molte sono le testimonianze delle lunghe discussioni fra i due dopo il lavoro. Al di là delle differenze sociali e politiche i due condividevano molti interessi e soprattutto condividevano i valori dell’esperienza antifascista e l’idea che la repubblica nata dalla Resistenza dovesse realizzare le riforme che garantissero una maggiore giustizia sociale. Le differenze tra loro probabilmente riguardavano le modalità, i tempi e il grado di redistribuzione delle ricchezze, ma sentivano di far parte dello stesso fronte. Va ricordato che Antonio Pellizzari nel 1946 era stato eletto in consiglio comunale come indipendente nella lista del Grifo, il listone unico che si opponeva alla Democrazia Cristiana e che raccoglieva l’elettorato del Fronte Repubblicano del Lavoro. Il principio ispiratore su cui Antonio Pellizzari aveva fondato la Scuola di Arzignano era quello di fornire strumenti ai lavoratori per dotarsi di strumenti critici e di arricchimento culturale, così come il lavoro in fabbrica aveva dato un salario e una migliore condizione di vita materiale. Non si trattava di una concessione paternalista, come dichiarò egli stesso: 

quando affermiamo la necessità di avvicinare il mondo della cultura al mondo del lavoro noi non pensiamo che il primo abbia solo da dare e il secondo solo da ricevere. L’idea che esista una cultura già tutta fatta e che quando si parla di educazione popolare si intenda semplicemente la diffusione di questa cultura fra le masse è un’idea da dilettanti che non sanno che cosa sia la cultura né cosa siano le masse. La cultura non può entrare nel mondo del lavoro se non trasformandosi essa stessa secondo lo spirito e le leggi del mondo. E trasformazione non significa – altro errore comune – semplice ‘volgarizzazione’ o ‘popolarizzazione’ della cultura, una traduzione in linguaggio per la piazza del sapere dei ‘dotti’, ma adeguazione a una nuova realtà. La cultura popolare non è un ‘regalo’ della cultura alle masse; quando è intesa seriamente, essa costituisce un problema per la cultura stessa, una prova della sua validità e del suo modo d’essere (5) 

I corsi ebbero una buona risposta da parte della popolazione, in particolare le lezioni di musica, nonostante essi fossero apertamente osteggiati da una parte dell’opinione pubblica conservatrice. Per contro anche fra i comunisti c’era chi vedeva nel progetto di Pellizzari una indebita ingerenza volta a erodere l’egemonia culturale del Partito tra i lavoratori. Non era questa però l’opinione di Vinicio Mettifogo. Nel già citato foglio Officina e realtà scrisse infatti un articolo dal titolo La Scuola di Arzignano (6), l’unico firmato con la sigla V.M., nel quale esprime un giudizio positivo sull’iniziativa. Inoltre non avrebbe mai acconsentito che la rivista della scuola riproponesse la sua testimonianza sull’eccidio di Arzignano se non ne avesse condiviso l’attività. Un’ulteriore conferma ci viene da un altro episodio quando, nella stagione 1954-55 Pellizzari cercò di coinvolgere nella gestione della Scuola anche i principali partiti e sindacati – la sua idea era che la Scuola diventasse patrimonio della città e non solo emanazione dell’azienda –, ma ricevette un rifiuto unanime. Tuttavia c’è una grande differenza fra il messaggio inviato da Calearo a nome della Democrazia Cristiana: 

Mi pregio informarla che il Partito da me rappresentato, non ritiene, data l’impostazione data alla Scuola, di poter aderire alla richiesta formulata. Tanto per opportuna Sua norma. Ringraziando distintamente saluto. F.to Calearo (della Democrazia Cristiana) 

e quello firmato da Mettifogo per il PCI: 

Noi seguiamo con attenzione l’attività che la Scuola di Arzignano viene svolgendo in un ambiente ostile, per tradizione, verso ogni iniziativa culturale. La Segreteria della Sezione ha avuto modo di esaminare la portata dell’invito che ci è stato rivolto a partecipare, con un nostro rappresentante, a un Comitato direttivo della Scuola. Pur ravvisando nell’intenzione di costituire un Comitato direttivo a larga base rappresentativa un tentativo per superare un’impostazione, nei metodi direttivi della Scuola, che non condividiamo, è stato deciso di non aderire all’invito in quanto i limiti “consultivi” imposti a poteri del Comitato sono per noi inaccettabili e, comunque, tali da non consentirci di assumere e condividere responsabilità le quali, nella sostanza, ci verrebbero attribuite solo nominalmente. Rimane tuttavia desiderio di questa Segreteria di augurare il più vivo successo e una partecipazione popolare sempre più larga alle manifestazioni della Scuola. Distinti saluti. F.to Mettifogo (del Partito Comunista Italiano) (7)

Entrambi declinano l’invito, ma è evidentemente ben diverso il giudizio verso la Scuola. 


Una doppia crisi: i fatti d’Ungheria e la morte di Antonio Pellizzari 

Alle elezioni amministrative del 27 maggio 1956 la lista comunista conquista quattro seggi, uno in più rispetto alle precedenti amministrative, Vinicio è l’unico del gruppo ad aver esperienza come consigliere comunale e viene riconfermato capogruppo. Ma l’autunno del 1956 fu l’anno della rivolta d’Ungheria e dell’invasione sovietica. La mancata condanna dell’invasione da parte della direzione del PCI e il rifiuto di aprire un dibattito interno al partito dette origine a una frattura che costò molte defezioni tra gli iscritti. Che i fatti d’Ungheria non fossero vissuti come il “tentativo delle forze reazionarie di abbattere il governo del proletariato” neppure dai comunisti arzignanesi lo dimostra quando accadde in consiglio comunale il 17 novembre 1956. Durante la seduta, il sindaco Giuseppe Pizzolato ricorda i recenti fatti d’Ungheria e chiede all’assemblea di rendere omaggio “al sacrificio di migliaia e migliaia di donne e bambini che scontano oggi le conseguenze della brutale aggressione con la deportazione e con la distruzione del focolare domestico”(8) e, per la maggioranza, il consigliere Pio Fracasso propone all’assemblea di votare un ordine del giorno di condanna dell’aggressione sovietica e di solidarietà con il popolo ungherese (9) Vinicio Mettifogo dai banchi dell’opposizione controbatte all’iniziativa democristiana con il seguente O.d.G.: 

Esprimiamo, nello spirito e secondo i principii dell’internazionalismo proletario, il nostro profondo dolore per la gravissima tragedia che ha colpito il generoso popolo ungherese; auspichiamo che le giuste rivendicazioni di base che hanno ispirato, pur tra contraddizioni e incertezze, l’azione rivoluzionaria delle masse operaie e contadine, degli studenti e degli intellettuali ungheresi, possano trovare piena e rapida soddisfazione, affinché la vita riprenda in Ungheria nella libertà, nell’indipendenza e nel socialismo […] esprimiamo l’augurio, che dovrebbe essere di ogni uomo responsabile, che nel mondo riprenda a ritmo intenso il processo di distensione per giungere rapidamente al disarmo e al ritiro di tutte le truppe straniere dai territori nazionali e alla soppressione dei patti militari (Nato e Varsavia); condanniamo infine la bassa ed ipocrita speculazione sui tragici fatti ungheresi che la destra economica conduce e ispira con lo scopo palese di fiaccare e disorientare la resistenza dei lavoratori italiani alle mire egemoniche ed illiberali (10)

La dichiarazione non condanna esplicitamente l’invasione sovietica, ma mostra più vicinanza e solidarietà al popolo ungherese che al nuovo corso filosovietico, come venne notato dal consigliere democristiano Calearo nella sua replica (11). I fatti d’Ungheria aprirono una profonda crisi nella coscienza di Vinicio che si allontanò progressivamente dall’attività del partito. Il suo distacco divenne ufficiale il 25 luglio 1957 quando venne pubblicato nel periodico dei comunisti vicentini L’Amico del Popolo un comunicato lapidario: “La Sezione del P.C.I. di Arzignano sente il dovere di informare i lettori e la cittadinanza che il consigliere comunale Vinicio Mettifogo non fa più parte del P.C.I. e non fa più parte del gruppo consiliare comunista, pur essendo stato eletto nella lista del P.C.I.” (12). Due giorni dopo, Vinicio presenterà le sue dimissioni con una lettera al Sindaco. Il consiglio comunale del 19 settembre 1957 dovrebbe ratificare le dimissioni, ma la riunione prende un’altra piega, il gruppo socialista le respinge e invita Mettifogo a ritirarle, il gruppo democristiano e quello laico di Concentrazione Cittadina si associano alla richiesta e Sergio Pellizzari, il nuovo capogruppo del P.C.I. dichiara: “Il nostro gruppo si astiene dal pronunciarsi per non interferire nel voto dell’assemblea” (13). Non vi sono documenti (almeno a me noti) che ci informino sui retroscena della vicenda: è possibile che i socialisti avessero preso l’iniziativa non soltanto in consiglio, ma che avessero contattato personalmente Vinicio per convincerlo a non lasciare il ruolo di consigliere; per la Democrazia Cristiana era una buona occasione per assestare un colpo ai comunisti anche se nulla sarebbe cambiato negli equilibri in consiglio comunale, dato che aveva la stragrande maggioranza; per i consiglieri laici egli rappresentava l’anima non settaria dell’opposizione comunista e forse per gli stessi ex compagni di partito rimaneva una delle persone più capaci e non un nemico, nonostante tutto. Le dimissioni vengono così respinte e Mettifogo riprenderà l’attività di consigliere comunale unendosi al gruppo socialista tenendo il seguente discorso nella riunione del 30 dicembre 1957: 

Signori del Consiglio Comunale, sono tenuto a ringraziarvi per il voto che in questa sede avete espresso respingendo le mie dimissioni, voto di cui mi è stata data notizia con una lettera del Sindaco. […] Ringrazio anche i miei amici e compagni socialisti per avere accettato la richiesta da me formulata di entrare a far parte del loro gruppo. […] Io non ho oggi impegni di partito ma tengo a riaffermare pubblicamente, da questi banchi, la mia fiducia nella capacità della classe operaia e delle forze laiche e democratiche della nostra Società di ritrovarsi unite, una volta superata questa parentesi di alacri indagini e appassionati dibattiti critici, per prendere il campo, allo scopo di realizzare una alternativa democratica, fondata sugli ideali risorgimentali e della resistenza, al regime clericale, che per il momento detiene ancora, almeno sul piano politico, posizioni egemoniche. […] Da questi banchi continuerò con lealtà a battermi per difendere quelli che ritengo essere gli interessi dei lavoratori e del mio paese (14). 

Così finisce la sua militanza nel Partito comunista e, nel volgere di poco tempo, anche la sua attività politica, nelle elezioni del 6 maggio 1960 Vinicio si presenterà nelle liste del P.S.I. ma non risulterà eletto e abbandona la militanza per dedicarsi all’attività industriale. Mentre i fatti d’Ungheria mettevano in crisi le convinzioni di Vinicio, un altro dramma stava per esplodere. La Pellizzari, la fabbrica dove lavorava, di cui l’amico Antonio è da poco succeduto al comando dopo la morte del padre, rivela una crisi di liquidità senza precedenti. Antonio si trova costretto a tagliare alcuni comparti e a licenziare. E prima ancora è obbligato a chiudere forse il suo progetto più caro: la Scuola di Arzignano. Lo scontro sociale si fa durissimo e questo dramma minerà irreversibilmente le condizioni fisiche e psicologiche di Antonio portandolo alla morte prematura nel luglio del 1958. Non abbiamo a disposizione documenti che possano testimoniare quanto la morte di un amico e la crisi della fabbrica in cui lavorava da quasi vent’anni possano aver influito sulle future scelte di Vinicio, ma non è difficile immaginare che la nuova situazione potesse spingere un tecnico, un progettista di valore a cambiare aria e a tentare di mettersi in proprio. E così Vinicio affitta l’ex filanda Povoleri in località Calpeda, a ridosso del castello di Arzignano. Nei primi tempi, per far quadrare i conti, lavora come progettista su incarico di terzi, ma nel contempo comincia a lavorare a un suo progetto di pompa idraulica e – per produrre le varie parti – si avvale della collaborazione di altri ex tecnici della Pellizzari messisi in proprio. Finirà col dar vita alla società Calpeda con un altro ex caporeparto Pellizzari: Giancarlo Ghiotto. 

Dopo la Pellizzari, la Calpeda 

La Calpeda puntò sin da subito a produrre pompe rispondenti agli standard europei più elevati dotandosi di una efficiente organizzazione del lavoro che ne riducesse il costo unitario. Ne ottenne una produzione di nicchia di alto livello qualitativo capace di competere nei mercati internazionali. In pochi anni la Calpeda divenne una realtà industriale di tutto rispetto perché Vinicio si seppe avvalere di giovani tecnici di valore. L’uscita di Ghiotto (15) dalla società non fermò la crescita aziendale e, qualche anno dopo, la fabbrica sopravvisse alla prematura scomparsa di Mettifogo avvenuta nel 1973. Sotto la guida della sorella Licia la Calpeda divenne uno dei caposaldi del distretto elettromeccanico di Arzignano – Montecchio Maggiore – Brendola sviluppatosi sulle ceneri della Pellizzari che, insieme al distretto della concia (che territorialmente in parte si sovrappone), furono protagonisti per l’ovest vicentino di quel “miracolo del Nord-est” nell’ultimo quarto del secolo scorso. L’allontanamento dalla vita politica e l’inizio dell’avventura industriale non significò per Vinicio l’abbandono delle sue convinzioni politiche, della sua vicinanza al mondo del lavoro e il ripudio delle sue origini. Non soltanto assunse un vecchio compagno del sindacato licenziato dalla Pellizzari per il suo ruolo di attivista, non esitò a riconoscere le richieste di aumenti salariali in anticipo rispetto alla sottoscrizione dei contratti nazionali, ma si dichiarò apertamente favorevole allo Statuto dei Lavoratori approvato in Parlamento nel 1970 e creò le condizioni materiali affinché i lavoratori della Calpeda costituissero il Consiglio di Fabbrica (16). In alcuni appunti scritti poco prima della sua scomparsa aveva scritto le seguenti parole in tedesco: “Geschichte – Historia Calpeda” seguite da “Weltanschauung für ewig”, parole che nel volume pubblicato in occasione del cinquantenario vengono messe in relazione alle fasi di sviluppo dell’azienda (Ivi, p. 16). Già il fatto che Vinicio si esprimesse con termini così complessi la dice lunga sul suo spessore culturale e la sua figura è ben diversa dallo stereotipo dell’imprenditore che si è fatto da sé di quegli anni. Weltanschauung è un termine che non trova un corrispettivo letterale in italiano – è entrata così nei dizionari della lingua italiana, quello della Treccani per esempio – ma può essere tradotto come “visione del mondo” o “concezione del mondo”. E se nel suo appunto Mettifogo si riferisse alla storia della sua azienda come il tentativo di dare una risposta alla sua visione del mondo anche nel rapporto fra capitale e lavoro? Ovvero una impresa molto attenta alla innovazione tecnologica, alla produttività attraverso una efficiente organizzazione del lavoro, ma anche basata su nuove relazioni industriali fondate sul rispetto e l’attenzione verso gli interessi della classe lavoratrice? Una visione certo minoritaria fra la borghesia industriale, ma in qualche modo figlia delle infinite discussioni avute con Antonio Pellizzari e delle crisi personali che aveva vissuto. Purtroppo la prematura scomparsa di Vinicio non ci permette di andare oltre alle ipotesi. Non so se nell’archivio privato di Vinicio esistono altri documenti utili per rispondere agli interrogativi posti, sfortunatamente il tentativo di avere un incontro con i figli di Vinicio non ha avuto successo, forse andrà meglio a qualcun altro. 
Vorrei infine concludere con il ricordo di Vinicio Mettifogo espresso da uno dei padri nobili della cultura arzignanese, il maestro Bepi De Marzi che, in un articolo in ricordo di Franco Dal Maso, scrisse: 

Arzignano della ricchezza: la Valle del Chiampo delle 300 concerie: i contadini, i montanari divenuti imprenditori. I sindacati addomesticati dal benessere, il partito comunista ispirato dalla severa saggezza, dalla sapienza, dalla nobiltà di un genio locale allevato e specializzato nell’officina Pellizzari, Vinicio Mettifogo, che doveva inventare poi la Calpeda che proseguiva dalla grande industria meccanica (17). 

Per conoscere l’evoluzione tecnica e industriale della Calpeda è utile leggere il volume Calpeda, una storia lunga 50 anni (18), un testo interessante che, seppur scritto ai fini celebrativi, non scade mai nell’agiografia. Il volume non cita esplicitamente il passato comunista di Vinicio, del resto al momento della pubblicazione (2009) erano passati già vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, e gli stessi eredi del PCI scioltosi nel 1991 con la svolta della Bolognina facevano a gara per prendere le distanze dalla loro storia passata. 


Note:
1. Nori Vittoriano, Arzignano nel vortice della guerra 1940-1945, Arzignano 1989, p. 147.
2. La copia che ho consultato in Archivio Pellizzari, Biblioteca Civica Bedeschi, Arzignano (d’ora in poi AP). 
3. Nori Vittoriano, Arzignano nel vortice della guerra cit., p. 125 nota 10, p. 126 nota 11. 
4. L’articolo venne pubblicato con il titolo La resistenza ad Arzignano nel numero speciale de “La scuola di Arzignano”, a. III, n. 3, 18 marzo 1954; la copia che ho consultato in AP, ora si legge anche in Comitato Giacomo Pellizzari, Gli anni d’oro della cultura di Arzignano. La scuola di Antonio Pellizzari 1951-1955, a cura di Antonio Lora con Vittorio Bolcato, Roberto Negri, Cornedo Vicentino 2019, che riporta la riproduzione anastatica di tutti in numeri de La scuola di Arzignano presenti nell’archivio sopra citato. 
5. Intervento di Antonio Pellizzari al Terzo congresso nazionale dell’Unione Italiana della Cultura Popolare (Bari, 7-9 aprile 1955), pubblicato con il titolo Storia e fini di un’iniziativa culturale, in “La scuola di Arzignano”, n. 19, aprile 1955, ora in Gli anni d’oro cit.
6. “Officina e realtà”, 30 marzo 1953, ho consultato la copia in AP.
7. Entrambe le missive, indirizzate al direttore della Scuola di Arzignano in data 25 settembre 1954, sono state pubblicate integralmente in “La scuola di Arzignano”, 19, aprile 1955, ora in Gli anni d’oro cit. 
8. Verbale del consiglio comunale del 17 novembre 1956, in Nori V., Arzignano impegno pubblico 1945-1990, Arzignano, 1990, p. 45.
9. Ivi, pp. 46-47. 
10. Ivi, p. 48.
11. Ibid., “Replica il consigliere Calearo (D.C.) dicendo di aver motivo di compiacersi con i comunisti arzignanesi perché non sono come i gerarchi romani che hanno definito attraverso la stampa i patrioti e combattenti ungheresi fascisti e reazionari. Ricorda che nella prima fase della rivolta magiara la Commissione Interna della Pellizzari, nella quale sono anche rappresentati i comunisti, ha inviato alla rappresentanza diplomatica ungherese in Italia un telegramma di solidarietà e di adesione ai combattenti magiari”. 
12. “L’Amico del Popolo. Organo della Federazione vicentina del Partito Comunista Italiano”, 25 luglio 1957; l’ho potuto consultare presso la Biblioteca Civica Bertoliana, Vicenza. 
13. Nori, Arzignano impegno pubblico cit., p. 51, le dimissioni non incassano nemmeno il voto favorevole del gruppo comunista, forse l’astensione da parte del gruppo interessato era una prassi e comunque non avrebbe cambiato l’esito della votazione.
14. Ivi, p. 52.
15. Dopo la cessione del suo pacchetto di azioni, Giancarlo Ghiotto si mise in società con il fratello Renzo e diede vita alla Lowara, società produttrice di pompe e diretta concorrente della Calpeda, anche questa in pochi anni avrà una crescita molto rapida e sarà l’altra industria chiave del distretto elettromeccanico che abbiamo descritto. Renzo Ghiotto, che aveva fatto parte del gruppo raccontato da Luigi Meneghello nei Piccoli maestri, era da poco rientrato dall’Argentina dov’era emigrato nell’immediato dopoguerra. 
16. Calpeda, una storia lunga 50 anni, a cura di Nicoletta Mai, Edtrice Millenium, Arzignano, 2009, p. 62.
17. Bepi De Marzi, Franco Dal Maso ad Arzignano, nella casa che fu di Antonio Giuriolo, in “I quaderni del Laboratorio di storia contemporanea”, Istrevi Ettore Gallo, Vicenza 2014, consultabile online. Giuseppe De Marzi, detto Bepi, è un musicista, compositore e direttore di coro arzignanese. Ha fatto parte dei Solisti Veneti ed è stato fondatore e direttore del coro “I Crodaioli” per il quale ha composto alcuni canti che hanno avuto una vasta diffusione internazionale. Franco Dal Maso, ginecologo di fama, divenuto primario del reparto di ginecologia ed ostetricia ad Arzignano negli anni ’70, lo rese uno dei centri di eccellenza per molti anni. Socialista, in prima linea nella difesa dei diritti civili, fu uno dei primi medici a sostenere la legge sull’aborto.
18. Vedi nota 16. 

Bibliografia:
 
• Comitato Giacomo Pellizzari (a cura di), Antonio Pellizzari (1923 – 1958). Un uomo solo tra musica e utopia, Tip. Grafiche Corrà, San Bonifacio, 2009 
• Comitato Giacomo Pellizzari (a cura di), Gli anni d’oro della cultura di Arzignano, Tip. Danzo, Cornedo Vicentino, 2019 
• De Marzi Bepi, Franco Dal Maso ad Arzignano, nella casa che fu di Antonio Giuriolo, I quaderni del Laboratorio di storia contemporanea, Istrevi E. Gallo, Vicenza, 2014 
• Ginsborg Paul, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989 
• Kopácsi Sándor, Abbiamo quaranta fucili, compagno colonnello, Edizioni e/o, Roma, 2016 
• L’Amico del Popolo, organo della federazione vicentina del P.C.I., 25 luglio 1957, Archivio Biblioteca Civica Bertoliana, Vicenza 
• Mai Nicoletta (a cura di), Calpeda, una storia lunga 50 anni, Arzignano, Ed. Millenium, 2009 
• Meneghello Luigi, I piccoli maestri, Mondadori, Milano, 1986 
• Nori Vittoriano, Arzignano nel vortice della guerra 1940-1945, Arzignano, Tip. Dal Molin, 1989 
• Nori Vittoriano, Arzignano impegno pubblico 1945-1990, Arzignano, Tip. Dal Molin, 1990

martedì 1 settembre 2020

Onore a chi cadde in cammino, (attribuito a) Vinicio Mettifogo

 


È molto raro che qualcuno lasci dei commenti in questo sito; così inconsueto che controllo molto raramente se ve ne sono. Così mi sono accorto soltanto recentemente che il 20 luglio scorso una persona mi aveva lasciato due note. È stata una signora che non ha scritto il suo nome, ma che ha lasciato traccia della sua identità: si tratta della pronipote di Umberto Carlotto, uno dei quattro martiri della Pellizzari di Arzignano. La signora ha letto il mio articolo Storia di una fabbrica: la Pellizzari di Arzignano. Le ragioni (e le emozioni) di una ricerca e mi ha scritto per ringraziarmi di aver parlato della fabbrica nella quale avevano lavorato i suoi genitori prima di trasferirsi a Torino e dove il prozio ha trovato la morte per opporsi, insieme a tanti altri, alla decisione del comando nazista di deportare altri operai nei campi di lavoro in Germania.

Mi scuso con la signora per aver – pur senza volerlo – ignorato fino ad oggi il suo messaggio e per riparare propongo un testo tratto dalla rivista: Officina e realtà. Giornale di fabbrica dei lavoratori del gruppo Pellizzari della Provincia di Vicenza di Lunedì 30 marzo 1953 (Anno 1° Numero 1 Supplemento a “Lotte del lavoro”), si tratta di una delle prime memorie scritte sulla terribile rappresaglia nazista eseguita in risposta allo sciopero proclamato il 27 marzo 1944. L’articolo non è firmato, ma Vittoriano Nori lo attribuisce a Vinicio Mettifogo[1] , quello che sappiamo è che l’articolo appare per la prima volta nel giornale di fabbrica Officina e realtà, un numero unico in cui tutti gli articoli appaiono senza firma[2]. Lo stesso articolo – sempre senza firma - viene ripubblicato l’anno successivo con il titolo La Resistenza ad Arzignano nella rivista La scuola di ArzignanoAnno III n. 3 del 28/03/1954[3]. Non sappiamo su quali basi Nori abbia attribuito l’articolo a Mettifogo, ma questi sicuramente era, per capacità e per cultura, una persona in grado di ricordare in maniera efficace il dramma vissuto dagli operai. Mettifogo, oltre ad essere un tecnico molto preparato, era legato da una profonda amicizia ad Antonio Pellizzari, il figlio del fondatore della fabbrica, ma in quel momento era anche era il capo dei comunisti di Arzignano. Si tratta di una testimonianza toccante ed il testo ebbe una grande fortuna perché è stato nel tempo citato o ripreso da molti autori che hanno raccontato la vicenda.

 

Onore a chi cadde in cammino. 30 marzo 1944 – 30 marzo 1953. Una data di tutti

 

Lo sciopero fu proclamato, se così si può dire, il martedì 27 marzo 1944. In quella lontana mattina il lavoro neppure cominciò. Gli operai, tutti gli operai, si ritrovarono sulla strada. Ogni cosa avveniva dietro una strana atmosfera essendo andata perduta la consuetudine per questo tipo di lotta. Era infatti il primo grande sciopero, la prima aperta azione di massa, che la classe operaia di Arzignano ingaggiava dopo tanti anni di fascismo. E per molti di noi si trattava addirittura del primo sciopero in senso assoluto. I visi seri, i movimenti controllati, il parlar sommesso e conciso, testimoniavano la ferma determinazione collettiva. Nessun gesto non necessario, né una parola di troppo: in tutti, quasi un contegno solenne, una dignità mai conosciuta. Molti operai, usciti dalla fabbrica, tornarono a casa; altri si sparsero a gruppi e salirono le colline. La strada fu presto deserta. I nazisti sostituirono gli operai nel possesso della strada: le pattuglie tedesche si incrociavano a passo svelto, cadenzato. Verso mezzogiorno corse la voce che i tedeschi desistevano dal proposito di deportare una parte dei lavoratori in Germania e il lavoro riprese. Fu quando cominciarono gli arresti che l’officina rinvenne e tutti riacquistarono il senso reale di quanto stava accadendo. In questa situazione tesa, mentre la speranza di veder rilasciati i compagni arrestati alimentava mille immaginose possibilità, improvvisa e sconvolgente, piombò la notizia. Venerdì 30 marzo. Un cinico beffardo maggiore “esse esse” convoca tutti i lavoratori nel cortile dell’officina. Dall’alto della terrazza che corre normalmente all’ingresso, parlando un feroce tedesco, grida fra  fra[4] gli arrestati, Carlotto Umberto, Cocco Luigi, Erminelli Cesare e Marzotto Umberto[5], sono stati condannati a morte mediante fucilazione. Dopo la breve pausa necessaria perchè un altro graduato “esse esse” traducesse con tono inespressivo le sue impossibili parole, il maggiore riprende a parlare: - La sentenza è già stata eseguita! Poi ancora parlò, parlò a lungo ed era come se continuamente ripetesse: La sentenza è già stata eseguita! Respiravamo a fatica e il cuore batteva sconvolto nel tumulto della disperazione. Un plotone “esse esse”, forse cinquanta, era schierato a sbarrare l’uscita con le automatiche pronte a sparare. Se avessimo tentato un gesto di ribellione sarebbe stato il massacro. Lentamente, a testa bassa, trattenendo il pianto che serrava la gola perchè i tedeschi non vedessero, rientrammo nei reparti. E fu quella la nostra più triste giornata. La vita dell’operaio, del proletario, non è generalmente ricca di avvenimenti singolari: si svolge secondo una trama semplice fatta di fatica, di preoccupazioni, di speranza, di lotta. Così, la vita di questi nostri compagni, si confonde per lungo tratto con la storia dell’officina, con la storia degli uomini che nell’officina lavorano e vivono. E’ la vita umana propria dell’uomo semplice. Non possediamo nessun documento scritto, compagni, che ci racconti le preoccupazioni o che ci testimoni, sia pure imperfettamente, i sentimenti che corsero il loro animo prima della fucilazione. Ed è quest’ultimo fatto, avere loro negata persino la possibilità di comunicare con i familiari, con gli amici prima della morte, che fa, se fosse possibile, ancora più grande la malvagità di coloro che li uccisero. Umberto Carlotto, operaio aggiustatore meccanico del reparto Motori Grossi. Quella mattina sul Ponte del Fiume ammonì che al lavoro si sarebbe tornati quando tutti insieme si fosse deciso di tornare. Per questo fu fucilato.  Luigi Cocco, operaio meccanico al reparto Motori a scoppio.  Passando per la strada quella mattina così, scherzando, parlò alle filandiere: - Perchè non siete già a casa a preparare il mangiare dei vostri uomini? Per questo fu fucilato. Cesare Erminelli, operaio fresatore al reparto “Emme Effe”. Il padre era stato uno degli operai più anziani dell’officina. Un fratello fu ucciso sul lavoro dalla sua macchina, un frontale dei Motori Grossi, quello in fondo al reparto. L’Emme Effe è un reparto dalla storia drammatica. All’Emme Effe lavoravano e lavorano operai altamente qualificati dal punto di vista professionale e avanzatissimi dal punto di vista della consapevolezza politica. Cesare era uno di loro. Per questo fu fucilato.  Aldo Marzotto, operaio tornitore al reparto “Emme Effe”. Il padre era stato capo reparto nella nostra officina. Aldo amava la discussione e apertamente condannava fascismo e guerra. Aldo era direttamente legato all’organizzazione politica clandestina della classe operaia. Era un bravo operaio, Aldo Marzotto, consapevole dei suoi doveri di classe. Per questo fu fucilato. Giuseppe Rampazzo e Giovanni Salvato, operai, lentamente li uccise il campo di concentramento in Germania.

 



[1] Nori Vittoriano, Arzignano nel vortice della guerra 1940 – 1945, Dal Molin, Arzignano, 1989, nota 10 pag. 125 e nota 11 pag. 126. 

[2] Un solo articolo intitolato La scuola di Arzignano è firmato significativamente con la sigla V.M.

[3] Cfr. copia anastatica in: Comitato Giacomo Pellizzari (a cura di), Gli anni d’oro della cultura ad Arzignano, 2019, p. 95, l’articolo viene ripubblicato ne La scuola di Arzignano in occasione del decimo anniversario della strage e riprende ampi stralci del precedente, con le stesse parole.

[4] Ripetizione, errore di stampa nel testo originale

[5] Erroneamente indicato Marzotto Umberto anziché Marzotto Aldo, la didascalia della foto riportata a margine indica il nome corretto Marzotto Aldo

mercoledì 22 aprile 2020

UN FLASH POST (RIMOSSO) PER IL 25 APRILE

Flash post? Sì un post di breve durata per celebrare il 75 anniversario della Liberazione dal fascismo. Esso rimarrà soltanto fino al prossimo 2 maggio, poi verrà rimosso, ma con l’impegno di tornare con un altro flash post il 25 aprile 2021.

Questo era l'incipit del post caricato nei giorni immediatamente precedenti la festa della Liberazione, è stato il mio modo per celebrare un 25 aprile che quest'anno si prospettava molto diverso dai precedenti. L'emergenza sanitaria ci ha obbligato tutti a manifestare da casa l'anniversario della liberazione dal fascismo proprio in un momento in cui il fascismo ha rialzato la testa e si sta diffondendo in Italia ed Europa. Per questa ragione ho deciso di usare il mio blog per esprimere il mio sostegno alla causa antifascista con un post temporaneo che, come promesso, oggi ho rimosso. Diversamente dal solito ho diffuso fra i miei amici e conoscenti - qualche decina di contatti - il post che conteneva una bellissima versione parigina di Bella Ciao ed un omaggio ad un grande storico e resistente: Marc Bloch. Il post è stato visualizzato più di 500 volte (la maggior parte delle quali fra il 24 ed il 25 aprile). Il mio blog è abbastanza orso, non è avvezzo a tante visualizzazioni perché serve a me come deposito dei miei scritti, citazioni, appunti per lo più di argomento storico. Quindi di solito ci entro io, al massimo viene visualizzato accidentalmente o da pochi amici e conoscenti espressamente invitati. Se tante visualizzazioni possono significare che, in qualche modo, ho contribuito a diffondere la necessità di ridare forza ai valori dell'antifascismo  ne sono felice. Ora però il blog torna alla sua funzione originaria, con la promessa  di tornare il prossimo 25 aprile. 
Grazie a tutti C.W.




lunedì 6 aprile 2020

Gli archivi aziendali e la storia contemporanea. Il caso della Pellizzari di Arzignano

Questo articolo - con qualche taglio per esigenze editoriali - è stato pubblicato il 4 aprile 2020 sul sito di storiAmestre, associazione di cui faccio parte. Ringrazio ancora Piero Brunello e Filippo Benfante per l'insostituibile lavoro di editing fatto anche in questa occasione. 
L'articolo, in realtà, è nato come premessa di un lavoro che sto scrivendo sulla Pellizzari, ma si è trasformato in una digressione sul tema degli archivi aziendali e la loro accessibilità. Qui lo ripropongo con le citazioni e le note originali.

Apologia dell’archivio accessibile al pubblico
Giorgio Roverato, con un suo articolo apparso nel 2017 su un periodico online[1], lanciava un grido d’allarme alla Soprintendenza Archivistica di Venezia e al Sindaco di Valdagno a difesa dell’archivio storico della Marzotto, non più accessibile dopo il cambio della leadership aziendale e riguardo al quale aveva avuto notizia di alcune sottrazioni documentarie. Richiamava l’attenzione sul problema della salvaguardia degli archivi aziendali quali fonti fondamentali per la storia contemporanea. Roverato, è poi tornato sull’argomento commentando (nel marzo 2018) un mio articolo apparso sul sito di storiAmestre nel luglio 2017:

“… da almeno un quindicennio – la incomprensibile inaccessibilità alla parte “storica” dell’archivio aziendale: accesso invece che, pur in assenza di vincolo della (ahimè IN)competente Soprintendenza Archivistica, la precedente proprietà (quella a guida Pietro Marzotto) liberalmente consentiva. Evidentemente consapevole, la passata leadership aziendale, della eccezionale rilevanza di quella parte d’archivio non solo per la storia della comunità valdagnese, ma anche per l’intera storia dell’industria laniera italiana: come è rilevabile dai miei studi sull’azienda (a partire da una delle prime storie d’impresa italiane: “Una casa industriale. I Marzotto”, Milano, Angeli, 1986) e dalle tesi di laurea che su quei materiali furono realizzate da non pochi studenti del mio corso di “Storia economica” nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova.”

L’azienda di cui ci parla Roverato tuttavia è l’eccezione e non la regola. La Marzotto è stata un’industria laniera di prima grandezza nel panorama italiano ed europeo e il suo carattere di impresa famigliare fino a tempi recenti avevapermesso la conservazione dell’archivio storico aziendale che poche, anzi pochissime, aziende industriali sono riuscite a preservare per diverse ragioni. 
La prima causa di dispersione degli archivi è da attribuire alla discontinuità nella proprietà di un’azienda o il suo trasferimento fisico in altra sede. In questi casi avviene una naturale cesura con le amministrazioni aziendali precedenti che porta allo svecchiamento degli archivi, quanto meno per tutte quelle attività che sono ritenute concluse.
Una sensibilità alla conservazione della documentazione ai fini archivistici è cosa molto recente anche per grandi istituzioni finanziarie, si pensi all’Archivio Storico di Intesa Sanpaolo, già di Banca Intesa e prima ancora della Banca Commerciale Italiana, che nel 1984 fu pioniera nel dotarsi di un criterio di conservazione dei propri fondi d’archivio. Banca Intesa e successivamente Intesa Sanpaolo hanno fatto proprio tale criterio anche per i fondi delle altre banche che sono entrate a far parte del gruppo[2].
Le aziende industriali, siano esse di piccola, media o grande dimensione, non sono mai o quasi mai dotate di un sistema di archiviazione documentale funzionale a un accesso pubblico degli archivi. In primo luogo perché l’idea che altri possano mettere il naso nei propri affari non piace alla maggioranza dei capitani d’industria, per timore che la concorrenza possa avvantaggiarsene o per evitare complicazioni burocratiche e fiscali. Gli archivi aziendali sono perciò funzionali all’attività dell’azienda e i documenti sono conservati finché hanno una ragione tecnica o economica o finché lo impongono obblighi di natura giuridica o fiscale. Così, spesso, la documentazione più vecchia viene distrutta indistintamente, senza alcun criterio di selezione. Soltanto l’avvicinarsi di qualche anniversario quali, per esempio, il venticinquesimo o il cinquantesimo anno di attività spinge gli imprenditori a fare i conti con la propria storia e a rendere pubblici alcuni documenti aziendali, magari finanziando la pubblicazione di testi celebrativi. Molto spesso a tale traguardo giunge però una documentazione limitata e insufficiente o emerge soltanto quella che può dar lustro al risultato raggiunto.
Quanto importante sarebbe invece per la storia industriale, la storia economica, la storia del lavoro se questi archivi si rendessero accessibili e si diffondesse una cultura della loro conservazione, favorita anche dalla dematerializzazione documentale del digitale. Tali archivi, dopo un congruo lasso di tempo, potrebbero essere oggetto di studio e di consultazione. Ci riferiamo, ovviamente, al libero accesso a documenti che – come dicevamo poc’anzi – hanno esaurito la propria funzione tecnica o economica e non, per esempio, di progetti e relazioni relative alla produzione di brevetti industriali la cui riservatezza preserva dai rischi di spionaggio industriale e di concorrenza commerciale. 
A proposito della reticenza ad aprire gli archivi storici a occhi estranei, Marc Bloch, nel suo Apologia della storia o mestiere di storico, diceva che paradossalmente “sono le rivoluzioni che forzano la casseforti e costringono i ministri a fuggire prima di avere avuto il tempo di bruciare i loro documenti segreti”[3]; a volte soltanto grazie a situazioni eccezionali sono venuti alla luce documenti che altrimenti sarebbero rimasti inaccessibili o sarebbero stati distrutti dai loro possessori. La riflessione di Bloch nelle pagine che seguono potrebbe essere un manifesto programmatico ancora attuale:

“Fino a quando, almeno, le società, rinunciando a rimettersi per questo bisogno alle proprie tragedie, consentiranno infine a organizzare razionalmente, con la loro memoria, la loro conoscenza di sé. Vi riusciranno soltanto a patto di impegnare una lotta a fondo contro i due principali responsabili dell’oblio o dell’ignoranza: la negligenza, che smarrisce i documenti, e l’ancor peggiore mania del segreto – diplomatico, d’affari, di famiglia -, che li nasconde e li distrugge. È naturale che il notaio sia obbligato a non svelare le operazioni del cliente; ma che gli sia permesso di avvolgere di altrettanto penetrabile mistero i contratti stipulati dai clienti del suo bisavolo – mentre, d’altro canto, nulla gli impedisce seriamente di lasciare andare in polvere quelle carte – è cosa su cui le nostre leggi sanno veramente di muffa. E quanto ai motivi che impegnano la maggior parte delle grandi imprese a negare la pubblicazione delle statistiche più indispensabili a una sana guida dell’economia nazionale, solo di rado essi sono degni di rispetto. La nostra civiltà avrà fatto un gran passo avanti il giorno in cui la dissimulazione eretta a norma di comportamento e quasi a virtù borghese lascerà il posto al gusto per l’informazione: cioè a dire, necessariamente, per gli scambi di informazioni”[4].

Forse qualche passo avanti nella direzione auspicata da Bloch è stato fatto dal 1942, quando scriveva queste parole, ma rimane ancora molta strada da fare perché si affermi una nuova mentalità. Tornando agli archivi aziendali è intuibile che non tutte le imprese – in particolare quelle piccole e medie – siano in grado di destinare risorse per un archivio storico aziendale, quando i dati statistici ci dicono che spesso viene investito ancora troppo poco in ricerca e sviluppo per l’attività produttiva. A questo però potrebbero supplire le associazioni di categoria, sia per la raccolta, la selezione e la conservazione dei documenti, sia per convincere i propri associati ad autorizzarne l’uso pubblico con limiti e criteri opportunamente definiti. Si pensi a quale importante contributo per lo studio della società contemporanea darebbe poter ricostruire la storia di una produzione industriale, di un’organizzazione produttiva e commerciale e delle relative relazioni con i lavoratori. 

Il caso Pellizzari: cosa rimane dell’archivio aziendale
Nel caso delle Officine A. Pellizzari & Figli Spa di Arzignano la maggior parte della documentazione aziendale è andata perduta. Non poteva essere diversamente date le vicissitudini aziendali: fine della dinastia che l’aveva fondata con la morte di Antonio Pellizzari nel 1958, cambio di proprietà e passaggio sotto il controllo di un gruppo di Sesto San Giovanni nel 1961 fino alla crisi e all’occupazione della fabbrica nel periodo 1970-1971. Dalla primavera del 1971 la fabbrica entrò a far parte delle Partecipazioni Statali. Gli stabilimenti originari furono chiusi, alcune lavorazioni accentrate presso altre aziende dell’IRI e la produzione che rimase ad Arzignano fu trasferita nel nuovo stabilimento Simep, alle porte della cittadina. Non mancarono successive crisi e riorganizzazioni nell’ambito dell’IRI e anche dopo la successiva privatizzazione. Quindi le occasioni per disperdere gli archivi sono state così tante e le vicende così complesse che è un miracolo se qualche documento è stato preservato e conferito alla Biblioteca Comunale di Arzignano.
La maggior parte di quello che si è salvato lo si deve all’iniziativa di Vittoriano Nori, prolifico storico locale e dipendente della Pellizzari che è stato il primo a scrivere sull’argomento[5]. Il 22 giugno 1987 Nori recuperò dalla società Ercole Marelli Spa – società nella quale era confluito nel frattempo lo stabilimento arzignanese – il materiale d’archivio superstite della Pellizzari, della Eletar e della Simep[6] per consegnarlo alla Biblioteca Civica[7].
Il Fondo Pellizzari prese avvio da quei 36 fascicoli[8] consegnati a Nori ed è costituito da documenti aziendali di diversa natura e un buon numero di immagini fotografiche. Nel corso del tempo si è aggiunta altra documentazione proveniente da diverse fonti oltre a una cospicua letteratura sull’argomento composta da saggi, articoli, tesi di laurea ecc. presente nella sezione locale della biblioteca[9].
La catalogazione del Fondo deve ancora essere completata, ma a una prima ricognizione, anche soltanto osservando lo spazio che esso occupa fisicamente nei locali della biblioteca, si intuisce che si è salvato molto poco se teniamo conto che – solo contando il periodo dalla fondazione al passaggio nelle mani dell’IRI – si tratta di settant’anni di attività. 
Il Fondo Pellizzari rimane senza dubbio la fonte principale per qualsiasi ricerca sull’argomento, tuttavia non si può non condividere il giudizio espresso da Antonio Lora quando – nell’introduzione al recente volume edito dal Comitato Giacomo Pellizzari – afferma: 

“Come è noto, la dura realtà della ricerca storica, sia per la vicenda di Antonio come per quella delle ‘mitiche’ Officine, cozza con la totale distruzione degli archivi e degli edifici della ‘Pellizzari’. Le uniche strade che rimangono (ma quanto?) aperte sono le metodiche ricerche presso enti, banche, acquirenti storici e quant’altri gruppi industriali e singoli privati che risultano aver stretto, a suo tempo, epistolari contatti. Un cammino a ritroso: lungo e indaginoso, incerto e frammentario”[10].
A voler seguire il suggerimento di Lora, quali possono essere gli archivi dove cercare? Le società commerciali, in particolare le società di capitali, producono nel corso della loro attività molti documenti a cui obbligatoriamente deve essere data pubblicità; sono cioè atti pubblici stilati e registrati nei repertori notarili quali per esempio: assemblee straordinarie, atti di fusione, scorporo o liquidazione, contratti di finanziamento ipotecari e altre operazioni di carattere straordinario. Tuttavia l’accessibilità degli archivi notarili – almeno finché essi non passano all’Archivio di Stato competente – è complessa e onerosa, perciò non facilmente percorribile a meno che non si abbia la certezza sul contenuto di un determinato documento[11]. Per quanto riguarda la ricerca presso archivi di altre aziende o istituzioni finanziarie, come abbiamo visto, fra le prime ben poche rendono disponibile il proprio archivio storico, fra le seconde, anche quando esiste un archivio storico accessibile, i documenti possono essere soggetti a vincoli temporali stabiliti per la libera consultazione. Una prima ricognizione presso l’Archivio Intesa Sanpaolo mi ha permesso di consultare una serie di documenti sulla Pellizzari, ma altri documenti “sensibili” concernenti il secondo dopoguerra non sono ancora disponibili perché il vincolo stabilito è di settant’anni[12].
Rimangono infine gli archivi sindacali, almeno per quanto mi riguarda, visto che una parte rilevante della mia ricerca è la storia del lavoro e delle relazioni sindacali alla Pellizzari. In questo caso non c’è di norma alcuna reticenza nel mostrare gli archivi, per loro natura le azioni sindacali sono votate alla pubblicità: si tratti di un accordo raggiunto, una denuncia sulle condizioni di lavoro o una presa di posizione su un determinato evento, l’organizzazione sindacale cerca di dare la massima pubblicità alle sue azioni per poter raccogliere nuove adesioni fra i lavoratori. Questo non esclude che non vi siano accordi o protocolli che vengono mantenuti segreti o documenti testimonianti lotte di potere intestine non edificanti che vengono nascosti, ma in linea generale i documenti sindacali sono di natura pubblica. Il problema semmai è che spesso sono stati distrutti o perduti per le stesse cause o ragioni che abbiamo visto negli archivi aziendali: trasferimento di sede, cambio di dirigenza, perché considerati superati, inutili e perciò distrutti per necessità di fare spazio. 
Soltanto negli ultimi decenni si è affermata una certa sensibilità a conservare gli archivi delle attività sindacali. Bisognerà però verificare se tale sensibilità ha portato ad adottare un criterio di conservazione, almeno per la documentazione più recente. 
Fortunatamente per quanto riguarda la Pellizzari/Simep il sindacato aziendale della Cgil ha depositato 3 fascicoli di documenti presso l’Archivio Luccini di Padova.[13] Non si tratta di un archivio completo, ma è una fonte molto importante visto che fino a metà degli anni Sessanta è stato il primo sindacato. 
L’altra organizzazione sindacale che ha avuto un ruolo molto importante alla Pellizzari è stata la Cisl; recentemente sono entrato in contatto con Livio Bortoloso[14] che ha curato il trasferimento dell’archivio storico della Cisl vicentina dalla vecchia sede di Stradella Piancoli alla nuova grande sede di Via Carducci, ne ha ordinato i faldoni per argomento e redatto un elenco. Un grande lavoro di riordino, come egli stesso descrive:
“L’archivio cartaceo è relativo al periodo dal 1945 agli anni Ottanta e comprende 1310 scatoloni (faldoni) contenenti almeno 1500 fogli ciascuno, quasi tutti scritti a macchina o stampati tipograficamente. Si tratta di faldoni (cm. 26x33x37) che includono corrispondenza, documenti, volantini, giornali, accordi sulla contrattazione con aziende e istituzioni, verbali dei congressi e delle assemblee organizzative, copie dei periodici cislini ‘Cronache Sindacali’ e ‘Il Lavoratore Vicentino’. Tale documentazione, riguardante la Cgil unitaria, la Libera Cgil, la Cisl e le sue Federazioni di categoria, è suddivisa per decennio ma non per argomento.”[15]
Purtroppo, come mi ha raccontato nel corso del nostro incontro, pochi mesi dopo aver trasferito l’archivio nella nuova sede, c’è stata l’alluvione che ha colpito Vicenza nel 2010 e molti faldoni sono stati danneggiati dall’acqua che ha invaso i locali. Si è fatto tutto il possibile per il loro recupero ma una parte è stata persa. A una prima ricognizione, sotto la guida e con l’aiuto di Livio, sono riuscito a recuperare qualche copia di accordo aziendale e qualche altro documento interessante, ma conto si possa trovare dell’altro materiale.[16]
Per completare la ricerca sugli archivi sindacali, mi rimane ancora da verificare presso la Uil vicentina se esiste un archivio analogo e sto cercando di entrare in contatto.


[1] Giorgio Roverato, è stato professore di Storia Economica della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova. Originario di Valdagno, ha scritto molti saggi sulla Marzotto e sulla dinastia industriale valdagnese. Cfr. l’articolo di Roverato pubblicato in https://www.vvox.it/2017/09/05/valdagno-la-sua-storia-chiusa-nellarchivio-marzotto-apriamola/
[2] Per maggiori dettagli si veda il sito dell’archivio storico del gruppo bancario https://asisp.intesasanpaolo.com/intesa-web/
[3] Bloch Marc, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi, Torino, 1978, pagg. 77. Testo scritto da Bloch nel 1942 e pubblicato postumo nel 1949 (?) a cura di Lucien Febvre.
[4] Ibidem, pagg. 77-78
[5] Nori ha scritto diversi volumi ed articoli di storia locale, dei suoi scritti sull’argomento ricordiamo: Pellizzari di tre generazioni (1901-1958) al servizio del lavoro e della cultura nella patria Arzignano e nel vicentino, 1987, Arzignano; La Pellizzari nella storia (1901 – 1971), articolo pubblicato nella rivista Il Chiampo, n. 49, giugno 1972. Alla Pellizzari sono inoltre dedicate molte pagine della sua monumentale Storia di Arzignano (7 volumi) pubblicata fra il 1989 ed il 1997.
[6] L’Eletar fu la società veicolo controllata dall’Iri creata per gestire gli stabilimenti della Pellizzari all’indomani del fallimento del 1971; la Simep, anch’essa a controllo pubblico, venne costituita successivamente per la gestione del nuovo stabilimento che proseguì la produzione ex Pellizzari rimasta ad Arzignano.
[7] Ricevuta su carta intestata Gruppo Industriale Ercole Marelli Spa, firmata da Vittoriano Nori datata 22 giugno 1987 in Fondo Pellizzari, Cartella: Storia della Pellizzari e Lotte Sindacali – Schede da 99 a 108 -Documento 102, Biblioteca Civica Bedeschi di Arzignano.
[8] Ibidem, l’allegato alla ricevuta rilasciata da Nori conta 37 fascicoli, ma Nori ne ha in consegna soltanto 36 più altro materiale che descrive. Questo il testo della ricevuta scritta a mano da Nori: “Ritiro per conto del Comune di Arzignano (per l’archivio storico arzignanese della Biblioteca Civica) i raccoglitori – fotografie – documentaristiche, dal n. 1 al n. 37, escluso il n. 7 (martiri e caduti per la libertà) che andrò a recuperare presso l’ANPI di Montecchio Maggiore. Inoltre ritiro 5 attestati incorniciati relativi a Giacomo Pellizzari. Ritiro ancora: 3 grandi raccoglitori relativi alla Pubblicità Pellizzari. Con riserva di sentire il Mo. D. L. Giancarlo Dal Toso per altro eventuale materiale, come un raccoglitore delle pubblicazioni Pellizzari che manca dalla raccolta. Tengo a precisare che dai raccoglitori fotografici – documentaristici sono state tolte diverse documentazioni che comunque dovrebbero essere raccolte in una cartella che pure mi porto appresso. Grazie per la collaborazione anche a nome della comunità civile di Arzignano. Allegato 1 elenco fotostatato. Vittoriano Nori”
[9] In un recente colloquio il direttore della Biblioteca Civica Bedeschi di Arzignano, Paolo Povoleri, mi ha informato che nel novembre 2019 è riuscito a recuperare alcuni nastri di registrazione di verbali delle assemblee sociali e dei filmini dei funerali del fondatore Giacomo Pellizzari. Si tratta di materiale fortuitamente ritrovato negli archivi della Magneti Marelli (nuova denominazione della Ercole Marelli) e consegnato alla Biblioteca. Il dott. Povoleri, che ringrazio per l’informazione, conta che in prossimo futuro tale materiale possa essere trasferito in un supporto che lo renda fruibile. 
[10] A. Lora con Vittorio Bolcato e Roberto Negri (a cura di), Gli anni d’oro della cultura di Arzignano. La scuola di Antonio Pellizzari 1951 – 1955, Comitato Giacomo Pellizzari, Arzignano, 2019, Introduzione p. 13. Il volume riproduce integralmente in forma anastatica tutti i numeri presenti presso la Biblioteca Civica Bedeschi di Arzignano del notiziario mensile de La Scuola di Arzignano, contribuendo così a salvare e diffondere dei documenti preziosissimi della vita culturale arzignanese degli anni Cinquanta. Il Comitato Giacomo Pellizzari di cui il Dr. Lora, medico e storico locale è uno dei più attivi rappresentanti - insieme ai nipoti di Giacomo Pellizzari: Roberto Negri e Giacomo Minuti ed altre figure del mondo imprenditoriale e culturale di Arzignano - è da molti anni impegnato nel promuovere studi sulle Officine e sulla famiglia Pellizzari. Oltre al volume qui citato, ha già al suo attivo una serie di pubblicazioni fra le quali ricordiamo: Giacomo Pellizzari il suo tempo, la sua gente del 2007 e Antonio Pellizzari (1923 – 1958) del 2009.

[11] Cfr. la pagina del Ministero di Giustizia a proposito della conservazione degli atti notarili, ultimo accesso del 27/02/2020, https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_2.page […] Gli atti che il notaio riceve vengono conservati nel suo studio fino a quando il notaio svolge la propria attività nel distretto notarile al quale è assegnato. […] Quando il notaio cessa definitivamente dall'esercizio ovvero si trasferisce in una sede di altro distretto notarile, gli atti, i repertori ed i registri che prima erano conservati nello studio del notaio, vengono depositati nell'archivio notarile del distretto ove lo stesso esercitava. Negli archivi notarili sono altresì conservate le copie degli atti pubblici e delle scritture private autenticate e gli atti privati originali, trasmessi dagli uffici del registro decorsi dieci anni dalla registrazione. Decorso un centennio dal deposito, tutti gli atti e i documenti conservati vengono versati, con cadenza decennale, negli archivi di Stato, i quali svolgono compiti generali di custodia delle fonti documentarie per fini storico-culturali. Chiunque debba richiedere la copia di un atto notarile stipulato da un notaio deceduto, cessato definitivamente dall'esercizio o trasferitosi in una sede di altro distretto notarile deve quindi recarsi presso l'Archivio notarile nel quale sono stati depositati gli atti del notaio.

[12] Ringrazio la D.ssa Barbara Costa, responsabile dell’Archivio Storico di Intesa Sanpaolo, il Dr. Guido Montanari e la D.ssa Rossella Laria dell’archivio di Milano e la D.ssa Matilde Capasso dell’archivio di Roma per la disponibilità e la collaborazione mostrata nel corso della ricognizione e confido nel loro aiuto per le future.
[13] Due fascicoli contengono preziosi documenti relativi al periodo che intendo esaminare. Si tratta di copie di accordi aziendali sottoscritti dall’immediato dopoguerra alla fine degli anni Settanta, elenchi di iscritti, contenziosi, e corrispondenza varia con le segreterie provinciali e nazionali, con le altre organizzazioni sindacali, con le controparti padronali ecc. Ringrazio il Dr. Mirko Romanato, direttore dell’Archivio Luccini per la grande disponibilità dimostrata nelle diverse occasioni.
[14] Il Dr. Bortoloso ha lavorato per 19 anni al Lanificio Rossi di Schio come apprendista, operaio ed impiegato. Da studente lavoratore ha conseguito la maturità e poi si è laureato in sociologia a Trento. In seguito ha lavorato alla Cisl vicentina per 35 anni. Ha pubblicato diversi saggi su questioni sindacali e storia del lavoro fra i quali ricordiamo: Impiegati e sindacato, Roma, Nuove Edizioni Operaie, 1976; I Biancorossi: un sistema di vita industriale. La storia e le prospettive politiche del Sindacato Tessili e Abbigliamento della provincia di Vicenza, Filta Cisl, Vicenza, 1980; Una scelta di contestazione e proposte. La Filta Cisl ed i fatti di Valdagno 1968-69, Filta Cisl, Vicenza, 1980 
[15] Bortoloso Livio, Produttività con l’E.R.P. nelle P.M.I. vicentine, Itinera Progetti – Istrevi, Bassano del Grappa, 2017, p.17
[16] Ringrazio ancora Livio Bortoloso per la grande disponibilità e l’attenzione dimostrata nel corso del nostro incontro e spero che in futuro mi possa accompagnare in altre e, spero fruttuose, incursioni nell’archivio Cisl.