lunedì 6 aprile 2020

Gli archivi aziendali e la storia contemporanea. Il caso della Pellizzari di Arzignano

Questo articolo - con qualche taglio per esigenze editoriali - è stato pubblicato il 4 aprile 2020 sul sito di storiAmestre, associazione di cui faccio parte. Ringrazio ancora Piero Brunello e Filippo Benfante per l'insostituibile lavoro di editing fatto anche in questa occasione. 
L'articolo, in realtà, è nato come premessa di un lavoro che sto scrivendo sulla Pellizzari, ma si è trasformato in una digressione sul tema degli archivi aziendali e la loro accessibilità. Qui lo ripropongo con le citazioni e le note originali.

Apologia dell’archivio accessibile al pubblico
Giorgio Roverato, con un suo articolo apparso nel 2017 su un periodico online[1], lanciava un grido d’allarme alla Soprintendenza Archivistica di Venezia e al Sindaco di Valdagno a difesa dell’archivio storico della Marzotto, non più accessibile dopo il cambio della leadership aziendale e riguardo al quale aveva avuto notizia di alcune sottrazioni documentarie. Richiamava l’attenzione sul problema della salvaguardia degli archivi aziendali quali fonti fondamentali per la storia contemporanea. Roverato, è poi tornato sull’argomento commentando (nel marzo 2018) un mio articolo apparso sul sito di storiAmestre nel luglio 2017:

“… da almeno un quindicennio – la incomprensibile inaccessibilità alla parte “storica” dell’archivio aziendale: accesso invece che, pur in assenza di vincolo della (ahimè IN)competente Soprintendenza Archivistica, la precedente proprietà (quella a guida Pietro Marzotto) liberalmente consentiva. Evidentemente consapevole, la passata leadership aziendale, della eccezionale rilevanza di quella parte d’archivio non solo per la storia della comunità valdagnese, ma anche per l’intera storia dell’industria laniera italiana: come è rilevabile dai miei studi sull’azienda (a partire da una delle prime storie d’impresa italiane: “Una casa industriale. I Marzotto”, Milano, Angeli, 1986) e dalle tesi di laurea che su quei materiali furono realizzate da non pochi studenti del mio corso di “Storia economica” nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova.

L’azienda di cui ci parla Roverato tuttavia è l’eccezione e non la regola. La Marzotto è stata un’industria laniera di prima grandezza nel panorama italiano ed europeo e il suo carattere di impresa famigliare fino a tempi recenti avevapermesso la conservazione dell’archivio storico aziendale che poche, anzi pochissime, aziende industriali sono riuscite a preservare per diverse ragioni. 
La prima causa di dispersione degli archivi è da attribuire alla discontinuità nella proprietà di un’azienda o il suo trasferimento fisico in altra sede. In questi casi avviene una naturale cesura con le amministrazioni aziendali precedenti che porta allo svecchiamento degli archivi, quanto meno per tutte quelle attività che sono ritenute concluse.
Una sensibilità alla conservazione della documentazione ai fini archivistici è cosa molto recente anche per grandi istituzioni finanziarie, si pensi all’Archivio Storico di Intesa Sanpaolo, già di Banca Intesa e prima ancora della Banca Commerciale Italiana, che nel 1984 fu pioniera nel dotarsi di un criterio di conservazione dei propri fondi d’archivio. Banca Intesa e successivamente Intesa Sanpaolo hanno fatto proprio tale criterio anche per i fondi delle altre banche che sono entrate a far parte del gruppo[2].
Le aziende industriali, siano esse di piccola, media o grande dimensione, non sono mai o quasi mai dotate di un sistema di archiviazione documentale funzionale a un accesso pubblico degli archivi. In primo luogo perché l’idea che altri possano mettere il naso nei propri affari non piace alla maggioranza dei capitani d’industria, per timore che la concorrenza possa avvantaggiarsene o per evitare complicazioni burocratiche e fiscali. Gli archivi aziendali sono perciò funzionali all’attività dell’azienda e i documenti sono conservati finché hanno una ragione tecnica o economica o finché lo impongono obblighi di natura giuridica o fiscale. Così, spesso, la documentazione più vecchia viene distrutta indistintamente, senza alcun criterio di selezione. Soltanto l’avvicinarsi di qualche anniversario quali, per esempio, il venticinquesimo o il cinquantesimo anno di attività spinge gli imprenditori a fare i conti con la propria storia e a rendere pubblici alcuni documenti aziendali, magari finanziando la pubblicazione di testi celebrativi. Molto spesso a tale traguardo giunge però una documentazione limitata e insufficiente o emerge soltanto quella che può dar lustro al risultato raggiunto.
Quanto importante sarebbe invece per la storia industriale, la storia economica, la storia del lavoro se questi archivi si rendessero accessibili e si diffondesse una cultura della loro conservazione, favorita anche dalla dematerializzazione documentale del digitale. Tali archivi, dopo un congruo lasso di tempo, potrebbero essere oggetto di studio e di consultazione. Ci riferiamo, ovviamente, al libero accesso a documenti che – come dicevamo poc’anzi – hanno esaurito la propria funzione tecnica o economica e non, per esempio, di progetti e relazioni relative alla produzione di brevetti industriali la cui riservatezza preserva dai rischi di spionaggio industriale e di concorrenza commerciale. 
A proposito della reticenza ad aprire gli archivi storici a occhi estranei, Marc Bloch, nel suo Apologia della storia o mestiere di storico, diceva che paradossalmente “sono le rivoluzioni che forzano la casseforti e costringono i ministri a fuggire prima di avere avuto il tempo di bruciare i loro documenti segreti”[3]; a volte soltanto grazie a situazioni eccezionali sono venuti alla luce documenti che altrimenti sarebbero rimasti inaccessibili o sarebbero stati distrutti dai loro possessori. La riflessione di Bloch nelle pagine che seguono potrebbe essere un manifesto programmatico ancora attuale:

Fino a quando, almeno, le società, rinunciando a rimettersi per questo bisogno alle proprie tragedie, consentiranno infine a organizzare razionalmente, con la loro memoria, la loro conoscenza di sé. Vi riusciranno soltanto a patto di impegnare una lotta a fondo contro i due principali responsabili dell’oblio o dell’ignoranza: la negligenza, che smarrisce i documenti, e l’ancor peggiore mania del segreto – diplomatico, d’affari, di famiglia -, che li nasconde e li distrugge. È naturale che il notaio sia obbligato a non svelare le operazioni del cliente; ma che gli sia permesso di avvolgere di altrettanto penetrabile mistero i contratti stipulati dai clienti del suo bisavolo – mentre, d’altro canto, nulla gli impedisce seriamente di lasciare andare in polvere quelle carte – è cosa su cui le nostre leggi sanno veramente di muffa. E quanto ai motivi che impegnano la maggior parte delle grandi imprese a negare la pubblicazione delle statistiche più indispensabili a una sana guida dell’economia nazionale, solo di rado essi sono degni di rispetto. La nostra civiltà avrà fatto un gran passo avanti il giorno in cui la dissimulazione eretta a norma di comportamento e quasi a virtù borghese lascerà il posto al gusto per l’informazione: cioè a dire, necessariamente, per gli scambi di informazioni”[4].

Forse qualche passo avanti nella direzione auspicata da Bloch è stato fatto dal 1942, quando scriveva queste parole, ma rimane ancora molta strada da fare perché si affermi una nuova mentalità. Tornando agli archivi aziendali è intuibile che non tutte le imprese – in particolare quelle piccole e medie – siano in grado di destinare risorse per un archivio storico aziendale, quando i dati statistici ci dicono che spesso viene investito ancora troppo poco in ricerca e sviluppo per l’attività produttiva. A questo però potrebbero supplire le associazioni di categoria, sia per la raccolta, la selezione e la conservazione dei documenti, sia per convincere i propri associati ad autorizzarne l’uso pubblico con limiti e criteri opportunamente definiti. Si pensi a quale importante contributo per lo studio della società contemporanea darebbe poter ricostruire la storia di una produzione industriale, di un’organizzazione produttiva e commerciale e delle relative relazioni con i lavoratori. 

Il caso Pellizzari: cosa rimane dell’archivio aziendale
Nel caso delle Officine A. Pellizzari & Figli Spa di Arzignano la maggior parte della documentazione aziendale è andata perduta. Non poteva essere diversamente date le vicissitudini aziendali: fine della dinastia che l’aveva fondata con la morte di Antonio Pellizzari nel 1958, cambio di proprietà e passaggio sotto il controllo di un gruppo di Sesto San Giovanni nel 1961 fino alla crisi e all’occupazione della fabbrica nel periodo 1970-1971. Dalla primavera del 1971 la fabbrica entrò a far parte delle Partecipazioni Statali. Gli stabilimenti originari furono chiusi, alcune lavorazioni accentrate presso altre aziende dell’IRI e la produzione che rimase ad Arzignano fu trasferita nel nuovo stabilimento Simep, alle porte della cittadina. Non mancarono successive crisi e riorganizzazioni nell’ambito dell’IRI e anche dopo la successiva privatizzazione. Quindi le occasioni per disperdere gli archivi sono state così tante e le vicende così complesse che è un miracolo se qualche documento è stato preservato e conferito alla Biblioteca Comunale di Arzignano.
La maggior parte di quello che si è salvato lo si deve all’iniziativa di Vittoriano Nori, prolifico storico locale e dipendente della Pellizzari che è stato il primo a scrivere sull’argomento[5]Il 22 giugno 1987 Nori recuperò dalla società Ercole Marelli Spa – società nella quale era confluito nel frattempo lo stabilimento arzignanese – il materiale d’archivio superstite della Pellizzari, della Eletar e della Simep[6] per consegnarlo alla Biblioteca Civica[7].
Il Fondo Pellizzari prese avvio da quei 36 fascicoli[8] consegnati a Nori ed è costituito da documenti aziendali di diversa natura e un buon numero di immagini fotografiche. Nel corso del tempo si è aggiunta altra documentazione proveniente da diverse fonti oltre a una cospicua letteratura sull’argomento composta da saggi, articoli, tesi di laurea ecc. presente nella sezione locale della biblioteca[9].
La catalogazione del Fondo deve ancora essere completata, ma a una prima ricognizione, anche soltanto osservando lo spazio che esso occupa fisicamente nei locali della biblioteca, si intuisce che si è salvato molto poco se teniamo conto che – solo contando il periodo dalla fondazione al passaggio nelle mani dell’IRI – si tratta di settant’anni di attività. 
Il Fondo Pellizzari rimane senza dubbio la fonte principale per qualsiasi ricerca sull’argomento, tuttavia non si può non condividere il giudizio espresso da Antonio Lora quando – nell’introduzione al recente volume edito dal Comitato Giacomo Pellizzari – afferma: 

Come è noto, la dura realtà della ricerca storica, sia per la vicenda di Antonio come per quella delle ‘mitiche’ Officine, cozza con la totale distruzione degli archivi e degli edifici della ‘Pellizzari’. Le uniche strade che rimangono (ma quanto?) aperte sono le metodiche ricerche presso enti, banche, acquirenti storici e quant’altri gruppi industriali e singoli privati che risultano aver stretto, a suo tempo, epistolari contatti. Un cammino a ritroso: lungo e indaginoso, incerto e frammentario”[10].
A voler seguire il suggerimento di Lora, quali possono essere gli archivi dove cercare? Le società commerciali, in particolare le società di capitali, producono nel corso della loro attività molti documenti a cui obbligatoriamente deve essere data pubblicità; sono cioè atti pubblici stilati e registrati nei repertori notarili quali per esempio: assemblee straordinarie, atti di fusione, scorporo o liquidazione, contratti di finanziamento ipotecari e altre operazioni di carattere straordinario. Tuttavia l’accessibilità degli archivi notarili – almeno finché essi non passano all’Archivio di Stato competente – è complessa e onerosa, perciò non facilmente percorribile a meno che non si abbia la certezza sul contenuto di un determinato documento[11]. Per quanto riguarda la ricerca presso archivi di altre aziende o istituzioni finanziarie, come abbiamo visto, fra le prime ben poche rendono disponibile il proprio archivio storico, fra le seconde, anche quando esiste un archivio storico accessibile, i documenti possono essere soggetti a vincoli temporali stabiliti per la libera consultazione. Una prima ricognizione presso l’Archivio Intesa Sanpaolo mi ha permesso di consultare una serie di documenti sulla Pellizzari, ma altri documenti “sensibili” concernenti il secondo dopoguerra non sono ancora disponibili perché il vincolo stabilito è di settant’anni[12].
Rimangono infine gli archivi sindacali, almeno per quanto mi riguarda, visto che una parte rilevante della mia ricerca è la storia del lavoro e delle relazioni sindacali alla Pellizzari. In questo caso non c’è di norma alcuna reticenza nel mostrare gli archivi, per loro natura le azioni sindacali sono votate alla pubblicità: si tratti di un accordo raggiunto, una denuncia sulle condizioni di lavoro o una presa di posizione su un determinato evento, l’organizzazione sindacale cerca di dare la massima pubblicità alle sue azioni per poter raccogliere nuove adesioni fra i lavoratori. Questo non esclude che non vi siano accordi o protocolli che vengono mantenuti segreti o documenti testimonianti lotte di potere intestine non edificanti che vengono nascosti, ma in linea generale i documenti sindacali sono di natura pubblica. Il problema semmai è che spesso sono stati distrutti o perduti per le stesse cause o ragioni che abbiamo visto negli archivi aziendali: trasferimento di sede, cambio di dirigenza, perché considerati superati, inutili e perciò distrutti per necessità di fare spazio. 
Soltanto negli ultimi decenni si è affermata una certa sensibilità a conservare gli archivi delle attività sindacali. Bisognerà però verificare se tale sensibilità ha portato ad adottare un criterio di conservazione, almeno per la documentazione più recente. 
Fortunatamente per quanto riguarda la Pellizzari/Simep il sindacato aziendale della Cgil ha depositato 3 fascicoli di documenti presso l’Archivio Luccini di Padova.[13] Non si tratta di un archivio completo, ma è una fonte molto importante visto che fino a metà degli anni Sessanta è stato il primo sindacato. 
L’altra organizzazione sindacale che ha avuto un ruolo molto importante alla Pellizzari è stata la Cisl; recentemente sono entrato in contatto con Livio Bortoloso[14] che ha curato il trasferimento dell’archivio storico della Cisl vicentina dalla vecchia sede di Stradella Piancoli alla nuova grande sede di Via Carducci, ne ha ordinato i faldoni per argomento e redatto un elenco. Un grande lavoro di riordino, come egli stesso descrive:
“L’archivio cartaceo è relativo al periodo dal 1945 agli anni Ottanta e comprende 1310 scatoloni (faldoni) contenenti almeno 1500 fogli ciascuno, quasi tutti scritti a macchina o stampati tipograficamente. Si tratta di faldoni (cm. 26x33x37) che includono corrispondenza, documenti, volantini, giornali, accordi sulla contrattazione con aziende e istituzioni, verbali dei congressi e delle assemblee organizzative, copie dei periodici cislini ‘Cronache Sindacali’ e ‘Il Lavoratore Vicentino’. Tale documentazione, riguardante la Cgil unitaria, la Libera Cgil, la Cisl e le sue Federazioni di categoria, è suddivisa per decennio ma non per argomento.”[15]
Purtroppo, come mi ha raccontato nel corso del nostro incontro, pochi mesi dopo aver trasferito l’archivio nella nuova sede, c’è stata l’alluvione che ha colpito Vicenza nel 2010 e molti faldoni sono stati danneggiati dall’acqua che ha invaso i locali. Si è fatto tutto il possibile per il loro recupero ma una parte è stata persa. A una prima ricognizione, sotto la guida e con l’aiuto di Livio, sono riuscito a recuperare qualche copia di accordo aziendale e qualche altro documento interessante, ma conto si possa trovare dell’altro materiale.[16]
Per completare la ricerca sugli archivi sindacali, mi rimane ancora da verificare presso la Uil vicentina se esiste un archivio analogo e sto cercando di entrare in contatto.


[1] Giorgio Roverato, è stato professore di Storia Economica della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova. Originario di Valdagno, ha scritto molti saggi sulla Marzotto e sulla dinastia industriale valdagnese. Cfr. l’articolo di Roverato pubblicato in https://www.vvox.it/2017/09/05/valdagno-la-sua-storia-chiusa-nellarchivio-marzotto-apriamola/
[2] Per maggiori dettagli si veda il sito dell’archivio storico del gruppo bancario https://asisp.intesasanpaolo.com/intesa-web/
[3] Bloch Marc, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi, Torino, 1978, pagg. 77. Testo scritto da Bloch nel 1942 e pubblicato postumo nel 1949 (?) a cura di Lucien Febvre.
[4] Ibidem, pagg. 77-78
[5] Nori ha scritto diversi volumi ed articoli di storia locale, dei suoi scritti sull’argomento ricordiamo: Pellizzari di tre generazioni (1901-1958) al servizio del lavoro e della cultura nella patria Arzignano e nel vicentino, 1987Arzignano; La Pellizzari nella storia (1901 – 1971), articolo pubblicato nella rivista Il Chiampo, n. 49, giugno 1972. Alla Pellizzari sono inoltre dedicate molte pagine della sua monumentale Storia di Arzignano (7 volumi) pubblicata fra il 1989 ed il 1997.
[6] L’Eletar fu la società veicolo controllata dall’Iri creata per gestire gli stabilimenti della Pellizzari all’indomani del fallimento del 1971; la Simep, anch’essa a controllo pubblico, venne costituita successivamente per la gestione del nuovo stabilimento che proseguì la produzione ex Pellizzari rimasta ad Arzignano.
[7] Ricevuta su carta intestata Gruppo Industriale Ercole Marelli Spa, firmata da Vittoriano Nori datata 22 giugno 1987 in Fondo Pellizzari, Cartella: Storia della Pellizzari e Lotte Sindacali – Schede da 99 a 108 -Documento 102, Biblioteca Civica Bedeschi di Arzignano.
[8] Ibidem, l’allegato alla ricevuta rilasciata da Nori conta 37 fascicoli, ma Nori ne ha in consegna soltanto 36 più altro materiale che descrive. Questo il testo della ricevuta scritta a mano da Nori: “Ritiro per conto del Comune di Arzignano (per l’archivio storico arzignanese della Biblioteca Civica) i raccoglitori – fotografie – documentaristiche, dal n. 1 al n. 37, escluso il n. 7 (martiri e caduti per la libertà) che andrò a recuperare presso l’ANPI di Montecchio Maggiore. Inoltre ritiro 5 attestati incorniciati relativi a Giacomo Pellizzari. Ritiro ancora: 3 grandi raccoglitori relativi alla Pubblicità Pellizzari. Con riserva di sentire il Mo. D. L. Giancarlo Dal Toso per altro eventuale materiale, come un raccoglitore delle pubblicazioni Pellizzari che manca dalla raccolta. Tengo a precisare che dai raccoglitori fotografici – documentaristici sono state tolte diverse documentazioni che comunque dovrebbero essere raccolte in una cartella che pure mi porto appresso. Grazie per la collaborazione anche a nome della comunità civile di Arzignano. Allegato 1 elenco fotostatato. Vittoriano Nori”
[9] In un recente colloquio il direttore della Biblioteca Civica Bedeschi di Arzignano, Paolo Povoleri, mi ha informato che nel novembre 2019 è riuscito a recuperare alcuni nastri di registrazione di verbali delle assemblee sociali e dei filmini dei funerali del fondatore Giacomo Pellizzari. Si tratta di materiale fortuitamente ritrovato negli archivi della Magneti Marelli (nuova denominazione della Ercole Marelli) e consegnato alla Biblioteca. Il dott. Povoleri, che ringrazio per l’informazione, conta che in prossimo futuro tale materiale possa essere trasferito in un supporto che lo renda fruibile. 
[10] A. Lora con Vittorio Bolcato e Roberto Negri (a cura di), Gli anni d’oro della cultura di Arzignano. La scuola di Antonio Pellizzari 1951 – 1955, Comitato Giacomo Pellizzari, Arzignano, 2019, Introduzione p. 13. Il volume riproduce integralmente in forma anastatica tutti i numeri presenti presso la Biblioteca Civica Bedeschi di Arzignano del notiziario mensile de La Scuola di Arzignano, contribuendo così a salvare e diffondere dei documenti preziosissimi della vita culturale arzignanese degli anni Cinquanta. Il Comitato Giacomo Pellizzari di cui il Dr. Lora, medico e storico locale è uno dei più attivi rappresentanti - insieme ai nipoti di Giacomo Pellizzari: Roberto Negri e Giacomo Minuti ed altre figure del mondo imprenditoriale e culturale di Arzignano - è da molti anni impegnato nel promuovere studi sulle Officine e sulla famiglia Pellizzari. Oltre al volume qui citato, ha già al suo attivo una serie di pubblicazioni fra le quali ricordiamo: Giacomo Pellizzari il suo tempo, la sua gente del 2007 e Antonio Pellizzari (1923 – 1958) del 2009.

[11] Cfr. la pagina del Ministero di Giustizia a proposito della conservazione degli atti notarili, ultimo accesso del 27/02/2020, https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_2.page […] Gli atti che il notaio riceve vengono conservati nel suo studio fino a quando il notaio svolge la propria attività nel distretto notarile al quale è assegnato. […] Quando il notaio cessa definitivamente dall'esercizio ovvero si trasferisce in una sede di altro distretto notarile, gli atti, i repertori ed i registri che prima erano conservati nello studio del notaio, vengono depositati nell'archivio notarile del distretto ove lo stesso esercitava. Negli archivi notarili sono altresì conservate le copie degli atti pubblici e delle scritture private autenticate e gli atti privati originali, trasmessi dagli uffici del registro decorsi dieci anni dalla registrazione. Decorso un centennio dal deposito, tutti gli atti e i documenti conservati vengono versati, con cadenza decennale, negli archivi di Stato, i quali svolgono compiti generali di custodia delle fonti documentarie per fini storico-culturali. Chiunque debba richiedere la copia di un atto notarile stipulato da un notaio deceduto, cessato definitivamente dall'esercizio o trasferitosi in una sede di altro distretto notarile deve quindi recarsi presso l'Archivio notarile nel quale sono stati depositati gli atti del notaio.

[12] Ringrazio la D.ssa Barbara Costa, responsabile dell’Archivio Storico di Intesa Sanpaolo, il Dr. Guido Montanari e la D.ssa Rossella Laria dell’archivio di Milano e la D.ssa Matilde Capasso dell’archivio di Roma per la disponibilità e la collaborazione mostrata nel corso della ricognizione e confido nel loro aiuto per le future.
[13] Due fascicoli contengono preziosi documenti relativi al periodo che intendo esaminare. Si tratta di copie di accordi aziendali sottoscritti dall’immediato dopoguerra alla fine degli anni Settanta, elenchi di iscritti, contenziosi, e corrispondenza varia con le segreterie provinciali e nazionali, con le altre organizzazioni sindacali, con le controparti padronali ecc. Ringrazio il Dr. Mirko Romanato, direttore dell’Archivio Luccini per la grande disponibilità dimostrata nelle diverse occasioni.
[14] Il Dr. Bortoloso ha lavorato per 19 anni al Lanificio Rossi di Schio come apprendista, operaio ed impiegato. Da studente lavoratore ha conseguito la maturità e poi si è laureato in sociologia a Trento. In seguito ha lavorato alla Cisl vicentina per 35 anni. Ha pubblicato diversi saggi su questioni sindacali e storia del lavoro fra i quali ricordiamo: Impiegati e sindacato, Roma, Nuove Edizioni Operaie, 1976; I Biancorossi: un sistema di vita industriale. La storia e le prospettive politiche del Sindacato Tessili e Abbigliamento della provincia di Vicenza, Filta Cisl, Vicenza, 1980; Una scelta di contestazione e proposte. La Filta Cisl ed i fatti di Valdagno 1968-69, Filta Cisl, Vicenza, 1980 
[15] Bortoloso Livio, Produttività con l’E.R.P. nelle P.M.I. vicentine, Itinera Progetti – Istrevi, Bassano del Grappa, 2017, p.17
[16] Ringrazio ancora Livio Bortoloso per la grande disponibilità e l’attenzione dimostrata nel corso del nostro incontro e spero che in futuro mi possa accompagnare in altre e, spero fruttuose, incursioni nell’archivio Cisl.

sabato 9 febbraio 2019

Le lotte alla Pellizzari del 1964-65 nell'archivio di Cosimo Pascali


L'articolo che segue è stato pubblicato la settimana scorsa (31/01/2019) nel sito di storiAmestre, associazione di cui faccio parte. Si tratta del secondo scritto propedeutico ad una più ampia storia della Pellizzari di Arzignano. Mi sto avvicinando progressivamente all'oggetto della ricerca e cerco di prendere confidenza con i personaggi che ne sono stati protagonisti. Cerco soprattutto di individuare  quali sono gli eventi cruciali che ne hanno segnato la storia.

Le lotte alla Pellizzari del 1964-65 nell’archivio di Cosimo Pascali

Un archivio privato
Il mio progetto di scrivere una storia della Pellizzari di Arzignano nel secondo dopoguerra l’ho reso pubblico soltanto di recente [https://storiamestre.it/2018/06/le-ragioni-e-le-emozioni-di-una-ricerca/], ma in realtà ci pensavo da un po’ di tempo e in qualche occasione ne avevo parlato con alcuni amici. Capitò così che un giorno di qualche anno fa una cara amica, Antonella Pascali, mi disse che voleva farmi vedere dei documenti che aveva trovato a casa del padre Cosimo dopo la sua morte avvenuta nel 2009. Venne da me con due cartelle tutte ordinate
La prima conteneva gli atti giudiziari di un processo in cui Cosimo Pascali era coimputato con altre nove persone per resistenza e offesa a pubblico ufficiale e violenza privata durante una manifestazione avvenuta il 26 novembre 1964. Oltre agli atti giudiziari, c’erauna serie di articoli di stampa relativi al processo, appunti e una minuta della memoria difensiva scritta dal padre, probabilmente su richiesta dei suoi avvocati. Il processo di primo grado del 23 aprile 1966 si concluse con una condanna pesante[1]. La sentenza d’appello del 18 novembre 1969 inflisse invece condanne generalmente più miti per tutti gli imputati (a Pascali fu confermata la condanna per offesa a pubblico ufficiale, ma non quella per violenza privata) che poi beneficiarono dell’amnistia[2].
La seconda cartella conteneva una serie di volantini e ritagli di giornale tratti dalla stampa locale e da l’Unitàriguardanti la decisione della Pellizzari di licenziare circa 344 lavoratori (220 operai e 124 impiegati) a partire dal 1 settembre 1965. Tale decisione, in realtà, era già stata presa un anno prima quando – dopo aver licenziato 74 impiegati – l’azienda aveva messo in cassa integrazione 240 operai; dalla fine del settembre 1964, di fatto i licenziamenti erano annunciati e soltanto rinviati. 
L’episodio finito nelle aule del tribunale accadde nel corso di una delle manifestazioni contro le sospensioni dei lavoratori ed è strettamente connesso con la successiva vertenza del 1965. 

Cosimo Pascali: documenti e ricordi di famiglia
Prima di ricostruire le vicende arzignanesi del 1964-65 vediamo chi era Cosimo Pascali: nato nel 1919 a Melendugno, nella costa salentina, alla chiamata di leva fu arruolato nella Guardia di finanza e inviato ad Arzignano agli inizi degli anni Quaranta. Qui conosce Angela Mani, che sposerà nel 1942 dopo aver assolto il servizio militare[3]. I ricordi dei famigliari non sono precisi, non ci sono notizie su come abbia vissuto i terribili anni di Salò, ma sappiamo che per un periodo lavorò alla Pellizzari. Dopo la Liberazione Cosimo entrò nelle file del PCI, una militanza attiva che, secondo i ricordi di famiglia, fucausa della sua espulsione dalla fabbrica. La mancanza di un lavoro lo obbligòa cercare fortuna in Germania, ma dopo circa un anno rientròad Arzignano. Dal racconto di Antonella, il padre aveva un carattere duro, difficile. Certamente non nascondeva le sue opinioni, anzi la sua determinazione e la sua capacità di arringare il pubblico gli valsero anche una denuncia per comizio non autorizzato[4].
La militanza e il carattere riottoso gli resero difficile trovare un lavoro nel clima che si era instaurato all’inizio degli anni Cinquanta. Fu lo stesso partito a proporgli di chiedere la licenza per aprire un chiosco di giornali: in questo modo egli si sarebbe assicurato un lavoro e, al tempo stesso, avrebbe garantito un canale di diffusione della stampa comunista anche ad Arzignano. Cosimo accettò e per qualche tempo fece il giornalaio con un carretto pieno di quotidiani e riviste in un angolo della piazza di Arzignano, vicino alla farmacia[5].
Era un uomo capace di gesti eclatanti come lo sciopero della fame del 1958 che finì nelle cronache nazionali[6]. Cosimo aveva chiesto al Sindaco e al responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale il permesso di montare un chiosco per la vendita dei giornali. Seppur informalmente, aveva ottenuto il loro consenso e aveva acquistato la struttura indebitandosiUna volta montata nell’angolo dove normalmente svolgeva l’attività, il Comune gli negò l’autorizzazione e lui iniziò lo sciopero della fame. La protesta si conclusecon l’autorizzazione da parte del Comune che gli impose però di spostare il chiosco nel quartiere di Villaggio Giardino, vicino agli stabilimenti Pellizzari. Ad Arzignano la famiglia Pascali divenneper molti decenni sinonimo di giornalai: tutti e tre i figli avrebbero fatto questa attività. Antonella la svolge ancor oggi, anche se non più ad Arzignano. 
Pur avendo l’edicola vicino alla fabbrica, Cosimo non perse l’abitudine di portarsi davanti ai cancelli della Pellizzari per vendere i giornali[7].Credo che c’entri la pratica dei militanti comunisti di quegli anni di vendere l’Unitànelle strade e nelle piazze. 
Il 26 novembre 1964, come tutti gli altri giorni, Cosimo era davanti ai cancelli e c’eraanche sua moglie Angela, che alla Pellizzari ci lavorava ed era una dei sospesi. 

Le lotte alla Pellizzari e l’episodio del 26 novembre 1964 
Torniamo ora ai fatti del 1964-65. Il 30 settembre 1964 – due mesi prima degli eventi che danno inizio al piccolo archivio di Cosimo – l’Unitàpubblica un articolo dal titolo Sciopero e corteo alla Pellizzari: gli operai degli stabilimenti scendono in sciopero alla notizia che l’azienda ha sospeso “250 operai”[8], l’adesione è massiccia e lo sciopero unitario. Già prima dell’estate erano stati licenziati 74 impiegati e alle proteste che ne erano seguite l’azienda aveva dato garanzie che non vi sarebbero stati altri licenziamenti. Invece a settembre ecco le sospensioni e la rabbia e la paura si diffonde fra i lavoratori. 
In una prima fase fu la rabbia a prevalere. Pascali lo ricorda nella memoria difensiva che scrisseper il processo.

Il 27 settembre, primo giorno di sciopero, il Zarantonello e il Dal Cortivo[9]stavano attaccando un manifesto a favore dello sciopero sulla rete metallica all’angolo della mura di cinta del Ricovero, dalla parte che guarda Villaggio Giardino, mentre mi trovavo a passare di là diretto vicino alla fabbrica per la vendita dei giornali. Mi fermai per leggere il manifesto e il Zarantonello mi disse: “Caro Pascali, ormai è ora di finirla. Il mitra ci vuole per farla finita una volta per tutte”[10]. Erano contenti tutti e due perché si iniziava una lotta in cui tutti, nessuno escluso, erano d’accordo, in più c’era una forte intesa unitaria di tutti e tre i sindacati: CGIL CISL e UIL, e quindi anche Dal Cortivo assentiva con cenni del capo a quello che aveva detto Zarantonello. Anch’io ero contento perché l’inizio di una lotta unitaria era buon segno perché indirizzata a difendere gli interessi di tutti: sospesi, licenziati e occupati, ma avevo un dubbio che la lotta sarebbe arrivata fino in fondo con l’unità dei tre sindacati[11].

Le proteste dei lavoratori continuarono compatte per qualche settimana[12]tanto che l’azienda riconobbe, in sede di chiusura del bilancio, che “durante il 1964 si sono registrate 76.642 ore di sciopero a causa delle operazioni di alleggerimento operate dalla Società. Tale cifra è superiore a quella di 61.148 ore, registrata nel 1963, anno in cui vi è stato il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro”[13].
Ai primi di novembre i sindacati organizzarono unitariamente uno sciopero provinciale in solidarietà[14]. È in questo clima di tensione, con scioperi frequenti, manifestazioni e la costante presenza davanti ai cancelli di alcuni dei sospesi che si giunge al 26 novembre 1964. 
Su quella giornata,l’archivio di Pascali conserva un solo articolo di stampa, pubblicato il giorno successivo dal Gazzettino[15]. Secondo il quotidiano veneziano (l’articolo non è firmato) l’episodio di violenza – pur nel clima teso e difficile dei rapporti aziendali della Pellizzari – andava separato dalla controversia sindacale in atto. Lo sciopero era stato indetto contro la decisione di trasferire in un “reparto confino”uno storico membro della Commissione Interna per la CGIL, Severino Roviaro[16]. L’emarginazione e l’isolamento dei sindacalisti più attivi era una forma di repressione molto comune all’epoca e spesso era l’anticamera dell’espulsione dalla fabbrica, ma secondo il cronista la decisione di proclamare un’ora di sciopero – pur essendo stata presa unitariamente dalla commissione interna – aveva fatto emergere delle divergenze fra le componenti. Fu così che alcuni commissari interni di CISL e UIL decisero di non scioperare e varcarono i cancelli fra le urla e gli insulti dei manifestanti. La rottura del fronte creò sconcerto fra i lavoratori, molti altri seguirono l’esempio ed entrarono, “anche dipendenti notoriamente aderenti alla organizzazione sindacale di sinistra”[17].
Fu forse questo che esasperò gli animi dei manifestanti, Roviaro e qualche altro reagirono attuando un sit-in, una nuova forma di protesta definita “all’inglese”, fatta conoscere dalla televisione[18]. Si sedettero sulla strada bloccando il traffico; alle vivaci proteste di un camionista i carabinieri cominciarono a spostare di peso i manifestanti. Le forze dell’ordine presenti erano numerose, non c’erano soltanto i carabinieri di stanza ad Arzignano, ma anche quelli di Trissino e Valdagno. Quando spostarono Roviaro qualcosa andò storto, forse per la sua reazione scomposta; fatto sta che sia il sindacalista che un ufficiale dei carabinieri rimasero contusi. Sembrò un piccolo incidente senza conseguenze, Roviaro non fu nemmeno posto in stato di fermo e si allontanò accompagnato dai suoi compagni per farsi medicare. Il giorno dopo invece furono denunciate a piede libero dieci persone con accuse che vanno dall’offesa e resistenza a pubblici ufficiali, a violenza privata e blocco stradale. Tutti furono rinviati a giudizio[19]. Oltre a Roviaro – su cui gravavano le imputazioni più pesanti– finiscono sotto processo anche Pascali (per offesa a pubblico ufficiale e violenza privata) e Sergio Pellizzari (per offesa e pubblico ufficiale e violenza privata), anch’egli commissario interno della CGIL alla Pellizzari e capogruppo comunista in consiglio comunale[20].
Un episodio tutto sommato marginale divennel’occasione per criminalizzare alcuni elementi di spicco del sindacato più influente della Pellizzari nonché tre esponenti dell’opposizione di sinistra in consiglio comunale[21].

Il significato del 26 novembre
Cosa è successo effettivamente quel giorno? Si era forse fatta largo fra i lavoratori della Pellizzari l’opinione che la battaglia era perduta e la paura di perdere il posto di lavoro era cominciata a prevalere sulla solidarietà? 
Nel giugno successivo, il Psiup distribuìun volantino dal titolo Il voto della paura[22]: denunciava che per la prima volta dalla fine della guerra la Fiom Cgil aveva perso la maggioranza nelle elezioni delle Commissione Interna della Pellizzari. Per vent’anni la classe operaia della Pellizzari aveva rappresentato un’enclave rossa in un territorio dominato a larghissima maggioranza dalla Democrazia Cristiana. Nel 1963 le elezioni della Commissione Interna aveva dato questi risultati: 815 voti e 6 seggi alla CGIL, 405 voti e 3 seggi alla CISL, 128 voti e 1 seggio alla UIL; gli impiegati (2 seggi) votavano massicciamente per la CISL bilanciando in parte la composizione della C.I.[23]Il volantino del PSIUP attribuivala causa della sconfitta all’isolamento in reparti confino dei sindacalisti CGIL e alle minacce nei confronti dei lavoratori che aderivano al sindacato di sinistra. Nei mesi successivi l’Unitàdenunciò che era stata diffusa la notizia dell’esistenza di commesse americane per la Pellizzari condizionate alla normalizzazione della fabbrica, ovvero una rappresentanza dei lavoratori non controllata dalla CGIL[24].
Non ho ancora recuperato i dati delle elezioni del 1965, ma visti i risultati del 1963 quali sono le ipotesi possibili? È ipotizzabile che fra i licenziati e sospesi del 1964 gli iscritti alla CGIL fossero un buon numero; questo, oltre a modificare gli equilibri interni, può aver costituito un deterrente a continuare a dare l’adesione alla CGIL fra i lavoratori rimasti. Un’altra ipotesi è che i sindacati moderati siano riusciti a recuperare adesioni nell’area dei non iscritti. In ogni caso è possibile collocare nelle vicende dell’autunno 1964 la diminuzione dell’influenza della CGIL alla Pellizzari, ma quanto può aver pesato il processo per i fatti del 26 novembre su tale diminuzione?
I documenti della seconda cartella dell’archivio ci raccontano la ripresa degli scioperi nell’autunno 1965, ma la sorte dei 220 lavoratori in cassa integrazione non sarebbe cambiata. La Direzione aziendale confermò il loro licenziamento e quello di altri 124 impiegati[25]da fine settembre 1965.
Il piccolo archivio lasciato da Cosimo Pascali si è perciò rilevato prezioso per la ricostruzione delle relazioni sindacali nella Pellizzari durante la prima crisi nella decade di “gestione lombarda”[26]della fabbrica (1961-1970). Quanto meno ha messo in luce il momento in cui si modificano gli equilibri interni alla fabbrica e pone nuovi interrogativi che spero trovino conferme negli archivi sindacali esistenti.
Per quanto concerne le due cartelle di Cosimo, a suo tempo mi sono limitato a riordinarle per tipologia e ordine cronologico dei documenti e a farne una copia in formato pdf. Ho poi restituito gli originali e una copia digitalizzata alla famiglia. Questa è l’occasione per ringraziare pubblicamente Antonella e i suoi famigliari, ma anche un invito a salvare ogni volta che si presenta l’occasione gli archivi di questo genere pur sapendo quanto improbo e difficile possa essere[27]


[1]Per i disordini durante lo sciopero alla Pellizzari condanna del Tribunale per quasi nove anni, “Il Giornale di Vicenza”, 24 aprile 1966; Oltre otto anni agli operai della Pellizzari, “l’Unità”, 24 aprile 1966; Condannati i dieci protagonisti della accesa protesta ad Arzignano, “Il Gazzettino”, 24 aprile 1966. Archivio Cosimo Pascali (d’ora in poi ACP).
[2]ACP, cartella 1, sentenza del 6 dicembre 1969 e lettera dell’avvocato Barilà in pari data. 
[3]Il certificato di matrimonio, celebrato il 6 agosto 1942, riporta la professione di meccanico. Nei ricordi di famiglia, al momento del matrimonio Cosimo non era più nella guardia di finanza. Notizia confermata dal suo ruolo matricolare, Cosimo iniziò il servizio militare il 5/09/1938 per un periodo di ferma di 3 anni, ma fu congedato il 8/01/1941 perché “permanentemente inabile al servizio militare”. Foglio matricolare n. 7186 Distretto militare di Lecce, in Archivio di Stato di Lecce.
[4]ACP, nella cartella 1 contente gli atti processuali c’è anche la notifica del 1951 per comizio non autorizzato.
[5]Testimonianza di Antonella Pascali.
[6]Cercando notizie sulla Arzignano degli anni Cinquanta nell’archivio de La Stampa, ho trovato un trafiletto del 31 marzo 1958 dal titolo Digiuna da tre giorni il giornalaio vicentino, che parlava dello sciopero della fame di Cosimo PascaliAntonella Pascali (allora neonata) conferma la notizia: fu un evento memorabile per la famiglia; esiste una serie di foto che documentano il trasloco dell’edicola. 
[7]Nella memoria difensiva del processo Pascali giustifica così la sua presenza davanti ai cancelli il 26 novembre 1964: “Da oltre 15 anni mi porto presso lo stabilimento Pellizzari per vendere i giornali, talvolta anche 4 volte al giorno, anche per riscuotere crediti da parte dei clienti”. ACP, cartella 1, Memoria difensiva.
[8]Le cifre sono spesso diverse, in questo caso indicati per eccesso perché i lavoratori sospesi erano 240, poi ridotti a 220 nel periodo che segue.
[9]Entrambi erano commissari interni della Cisl.
[10]Più avanti nel testo della sua memoria Pascali precisa che questa frase non andava presa alla lettera ma esprimeva soltanto la rabbia per la situazione. La attribuisce a un rappresentante della Cisl: è forse un modo per dare maggior enfasi allo sdegno che esprimevano tutti, anche i moderati. Non sappiamo se gli avvocati hanno poi fatto modificare la versione definitiva della memoria.
[11]ACP, Memoria difensiva.
[12]Seconda settimana di lotta alla Pellizzari, “l’Unità”, 7 ottobre 1964.
[13]Relazione del CdA al bilancio al 31 dicembre 1964, depositato al Tribunale di Milano il 24 agosto 1965, Reg. Soc. 48479, Vol. 1660, Fasc. 836, ora presso la CCIAA di Milano.
[14]Risposta unitaria a Vicenza per salari e occupazione, “l’Unità”, 4 novembre 1964.
[15]Tafferuglio all’ingresso della Pellizzari provocato da un operaio dello stabilimento, “Il Gazzettino”, 27 novembre 1964. È l’unico articolo presente nell’ACP che contiene un resoconto a caldo dei fatti del 26 novembre. Da quel giorno, a seguito della denuncia, Cosimo cominciò a conservare gli articoli di stampa relativi al processo e anche quelli sulle lotte della Pellizzari nel 1965. È molto probabile che anche il quotidiano locale abbia pubblicato un resoconto dei fatti il 27 novembre 1964, cosa che devo ancora verificare.
[16]Il cronista pone l’accento su una motivazione quasi personale dello sciopero: Roviaro era di malumore per non essere stato rieletto in consiglio comunale e a questo si aggiungeva la scontentezza per il trasferimento di reparto. In verità verrebbe da pensare che il provvedimento fosse stato preso proprio perché Roviaro aveva perso lo status di consigliere e quindi la visibilità politica esterna che fino ad allora aveva costretto la direzione aziendale a un atteggiamento più prudente. Severino Roviaro, era stato eletto consigliere comunale per il PSI nel 1956 e nel 1960; alle elezioni amministrative del 22 novembre 1964 si era presentato nelle liste del PSIUP senza esserne eletto, ma rientrerà in consiglio comunale il 27 aprile 1965, dopo le dimissioni del consigliere Costantino Zini.
[17]Tafferuglio all’ingresso della Pellizzari cit.
[18]Gli articoli di stampa presenti nella cartella del processo definiscono l’accaduto come “protesta all’inglese”, vedi ACP, cartella 1. 
[19]Sentenza di rinvio a giudizio, 18 dicembre 1965.
[20]Sergio Pellizzari verrà eletto deputato al Parlamento nelle file del PCI durante la V e la VI legislatura (1968-1976).
[21]Se si esaminano le carte processuali la condanna più grave è di blocco stradale (per alcuni imputati) e offesa e resistenza a pubblico ufficiale, il reato di violenza privata decade per tutti gli imputati (se si eccettua la posizione di Roviaro che rimane anch’egli ferito); vedi ACP, cartella 1.
[22]ACP, cartella 2, PSIUP Sezione di Arzignano, Il voto della paura, volantino a stampa datato giugno 1965, Tip. Eretenia Vicenza.
[23]Arzignano: successo Cgil, “l’Unità”, 2 febbraio 1963. Il trafiletto riporta sinteticamente anche i risultati del 1962: Cgil 805 voti e 6 seggi, Cisl 457 voti e 3 seggi, Uil 170 voti e 1 seggio. Sarebbe importante recuperare i dati relativi al 1964 per verificare se c’erano già stati segnali della trasformazione che avverrà nel 1965.
[24]Il sindaco di Arzignano requisisca la Pellizzari, “l’Unità”, 24 ottobre 1965. La notizia va verificata, ma anche fosse falsasarebbe importante capire se e quanto è circolata fra le maestranze e se può aver effettivamente influito sul voto delle rappresentanze sindacali.
[25]A fine agosto la Direzione comunicò la decisione di licenziare a fine settembre i 220 operai sospesi e 124 impiegati, dopo alcuni scioperi venne prorogata la cassa integrazione per altri due mesi agli operai sospesi e gli impiegati licenziati furono ridotti a 84, magli altri licenziamenti furono confermati.
[26]La stampa definiva così la gestione della Pellizzari iniziata alla fine del 1961 con la cessione del controllo azionario da parte degli eredi Pellizzari a società finanziarie (Edolo S.p.A. e Cadia S.p.A. poi sostituita dalla Finanziaria Lombardo Veneto S.p.A) legate a gruppi industriali di Sesto San Giovanni (OSVA, Laminatoio Nazionale, Acciaierie Elettriche) che avevano nominato l’ing. Enrico Lossa Presidente C.d.A. La “gestione lombarda” durerà per un decennio fino alla crisi 1970-71 che porterà l’azienda prima all’amministrazione controllata, poi al fallimento ed all’acquisizione da parte delle PP.SS.  
[27]Per un elenco dei documenti dell’archivio ACP cfr. l’articolo Le lotte alla Pellizzari di Arzignano del 1964pubblicato nel mio blog workingclass900.blogspot.com.